Maggio 2024

100 anni di Chianti Classico

Il 14 maggio 1924 33 viticoltori chiantigiani fondarono il Consorzio più longevo d’Italia. 100 anni dopo i loro successori lo festeggiano con un Manifesto per la Sostenibilità

100 anni di Chianti Classico
la formella di Giorgio Vasari che raffigura il Chianti con in basso a destra il gallo nero (foto ABB)

Alessandra Biondi Bartolini

La leggenda racconta che Firenze e Siena avessero affidato alla corsa di due cavalieri la definizione del confine: sarebbero partiti dalle rispettive città al canto del gallo e nel punto dove si sarebbero incontrati, lì si sarebbe fissato il confine. Il cavaliere fiorentino non fu più veloce ma a Firenze il gallo nero cantò molto prima dell’alba e della partenza del cavaliere senese. I due si incontrarono nei pressi di Fonterutoli e per merito del canto di un gallo, probabilmente più affamato che campanilista, la maggior parte della regione del Chianti restò sotto il dominio di Firenze. Da allora il Gallo nero, dipinto anche dal Vasari in una delle formelle raffiguranti i domini toscani sul soffitto del salone dei Cinquecento in PalazzoVecchio, divenne il simbolo del Chianti Classico.

L’atto di fondazione del Consorzio del Chianti Classico

E in effetti anche nel vino e tra i Consorzi italiani il Gallo nero è partito prima, quando il 14 maggio del 1924, 33 lungimiranti viticoltori decisero di unirsi e creare il Consorzio più antico di Italia, creando un sodalizio che nel tempo ha saputo rinnovarsi e a innovare, spesso continuando ad anticipare i tempi, proprio come aveva fatto il gallo di Firenze.

I festeggiamenti dei primi 100 anni del Consorzio del Chianti Classico si sono celebrati nella data del suo compleanno, il 14 maggio scorso, con il convegno “Back to the future” nel Salone dei Cinquecento a Firenze, nel quale si è parlato della storia e del futuro della denominazione ma anche di identità territoriale e di sostenibilità insieme ai protagonisti di altri territori storici come Barolo, Champagne, Borgogna, Oregon e Porto e Douro.

Protezione, valori condivisi e lungimiranza sono le parole chiave che secondo il presidente del Consorzio Giovanni Manetti hanno contraddistinto questi 100 anni del Chianti Classico: la lungimiranza di quei 33 pionieri che vollero costruire la casa comune che oggi accoglie le 486 aziende socie del Consorzio, la scelta del simbolo visivo del Gallo nero che lega il vino al territorio, l’aver resistito anche nei tempi più difficili del dopoguerra all’esodo delle popolazioni dalle aree interne verso la città e la capacità di innovare della quale fu simbolo e precursore quel Progetto Chianti Classico 2000, che negli anni 90 creò i presupposti per la viticoltura di qualità del XXI secolo, strinse il legame tra gli atenei toscani e il Consorzio e formò l’attuale classe degli agronomi, professionisti e dirigenti delle aziende del territorio.

L’approccio alla sostenibilità delle regioni del mondo viticolo

“I progressi di tutti hanno più effetto delle prodezze di pochi”: le parole dirette di David Chantillon, co-presidente del Comité de Champagne, sintetizzano bene lo spirito con il quale i rappresentanti dei Consorzi di produttori delle diverse regioni del mondo hanno espresso la necessità di adottare obiettivi e valori condivisi e farne un progetto collettivo, come unica strada per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

Obiettivi che vanno dalla riduzione delle emissioni e la tutela della biodiversità e del paesaggio, al rispetto dei lavoratori e l’equità nella distribuzione del valore tra tutti gli anelli della filiera, e che le regioni vitivinicole hanno affrontato in diverso modo.

Interessanti e allo stesso tempo ambiziosi ad esempio sono sicuramente gli obiettivi di sostenibilità della Champagne, dove il traguardo di medio termine è di avere il 100% delle imprese dotate di una certificazione di sostenibilità, mentre il traguardo finale è di raggiungere il target di zero emissioni entro il 2050 per tutta la viticoltura della regione. La ricerca è parte importante dei programmi presentati, come nel caso del progetto Qanopée, la grande serra bioclimatica da 4500 metri quadrati che a partire dal 2027 farà da nucleo di pre-moltiplicazione per tutto il Nord Est della Francia (Borgogna, Beaujolais e Champagne) e nella quale si produrranno il materiale vegetale risanato per le tre denominazioni, portinnesti, cloni, biotipi e varietà, studiati e caratterizzati per favorire l’adattamento alla crisi climatica.

Anche le esperienze e gli approcci alla sostenibilità sociale dei diversi territori sono meritevoli di menzione, a partire dal dialogo aperto nel Consorzio del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, su idee e proposte concrete per il miglioramento delle condizioni e il trattamento dei lavoratori, del quale ha parlato Matteo Ascheri, evidenziando la necessità di non negare o nascondere i problemi e le criticità ma di affrontarle (non solo internamente).  Il progetto della Fondazione per un’edilizia abitativa a prezzi sostenibili e per fornire adeguati servizi all’infanzia fa parte integrante dell’approccio alla sostenibilità della Willamette Vallet Wineries Association in Oregon, mentre tornando ancora in Champagne è lo stesso Comitato che vigila sulla distribuzione e condivisione del valore nei contratti tra i viticoltori e le Maison.

Il Manifesto del Chianti Classico per la sostenibilità

“Abbiamo atteso fino ad oggi ad affrontare, come Consorzio, il tema così attuale della sostenibilità, per potergli dare una caratterizzazione, un’identità specifica che fosse in grado di evidenziare ed esaltare i caratteri distintivi della nostra denominazione e del suo territorio di produzione –ha affermato  Giovanni Manetti – Un manifesto che siamo certi i nostri viticoltori accoglieranno e renderanno vivo e attivo, fino a farlo diventare un vero impegno di sostenibilità del nostro territorio e delle sue produzioni”.

Carlotta Gori (credits Consorzio Chianti Classico)

Il Manifesto di Sostenibilità del Chianti Classico, come ha spiegato la direttrice del Consorzio Carlotta Gori, propone una corposa serie di regole con l’intento di ridurre l’impatto ambientale, tramite una gestione del territorio, delle superfici produttive (il 53% dei vigneti sono attualmente biologici e altri sono in conversione) e dei boschi che occupano il 62% della superficie totale, volta a preservarne le caratteristiche, le potenzialità, il paesaggio e la biodiversità, e di valorizzare la crescita e l’affermazione delle risorse sociali e culturali del territorio.

Un Manifesto e un progetto che non si applica quindi alla sola viticoltura del Chianti Classico ma che si estende anche al resto del territorio e che chiede alle aziende vitivinicole di prendersi cura di elementi fondamentali del mosaico paesaggistico che contraddistingue questa regione, quali i 341 siti storici protetti, le oltre 150 Ville Fattoria il cui sistema è stato candidato al riconoscimento di paesaggio culturale UNESCO, le sistemazioni idraulico agrarie, i muretti a secco, i manufatti, le strade bianche, le alberature, i viali.

“È stato studiando il paesaggio e il territorio che abbiamo pensato che il valore culturale unico e straordinario di questa terra ci imponesse di dar vita e attuare per la prima volta un progetto di sostenibilità che includa un’ulteriore sua definizione, quella della sostenibilità culturale – ha spiegato Gori – Un nuovo pilastro nel quale il patrimonio culturale, materiale e immateriale fatto di beni tangibili, ma anche di conoscenze, tradizioni, valori e interazioni, contribuisce allo sviluppo inclusivo e sostenibile del territorio, ma anche a proteggere la biodiversità e gli ecosistemi ed è quindi una componente indispensabile della sostenibilità sociale e ambientale”.

57 i requisiti o regole d’indirizzo riportate nel Manifesto per perseguire gli obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale, economica e culturale quindi, ambiziose e distintive della denominazione e del suo territorio. Tra queste l’impegno ad assumere e impiegare collaboratori, operatori, ditte e fornitori residenti all’interno del territorio e una quota di lavoratori appartenenti alle categorie protette o svantaggiate che vada oltre ai limiti imposti dalla legge.

“Sappiamo bene che l’evoluzione tecnologica della viticoltura dovrà essere amplificata e il mondo dell’impresa non si farà cogliere in preparato. Non pensiate che siamo quelli della decrescita felice: ci saremo con investimenti in tecnologia e ricerca, ma sempre con l’obiettivo di salvaguardare la pratica agricola tradizionale e identitaria e i valori che ci fanno affermare oggi, con rinnovata convinzione, che per noi sostenibilità significa migliorare la qualità dei nostri vini ricercando la massima espressione del terroir, preservando le risorse naturali per le generazioni future, ma anche tutelando  un patrimonio culturale che il nostro territorio esprime da centinaia di anni” – ha concluso  Carlotta Gori.