di Alessandra Biondi Bartolini
Nella storia plurimillenaria del vino, i due secoli che vanno dalla prima metà dell’800 a oggi sono fondamentali nella definizione del prodotto, le tecniche e le competenze che oggi conosciamo e apprezziamo. Sono gli anni nei quali, accompagnando i cambiamenti e i rivolgimenti sociali e storici dell’Europa, l’Italia e la Sicilia, si delinea la struttura stessa della viticoltura moderna e della sua imprenditoria. Due secoli di avvenimenti, storie e personaggi che nell’azienda siciliana hanno accompagnato questi eventi, e che ci siamo fatti raccontare da Roberto Magnisi, Direttore generale del gruppo che oggi riunisce Duca di Salaparuta, Corvo e Florio.

“L’avventura comincia con il Duca Giuseppe in una Sicilia enoica divisa tra la parte occidentale dedicata al connubio anglo-siciliano per la produzione dei vini fortificati di Marsala, e la Sicilia centro-meridionale, che guardava e si ispirava invece a un know-how esasperatamente francese”.
Giuseppe Alliata di Villafranca è un uomo politico siciliano di spicco che vive un periodo di rivoluzioni e rivolgimenti, ma ama anche sporcarsi le mani, viaggia in Francia e nel 1824 con il figlio Edoardo comincia a vinificare le uve della tenuta di Casteldaccia e fonda l’azienda. La nuova impresa fino dalla sua nascita si distingue dalle esperienze di produzione di vino delle famiglie nobili siciliane: “Questo è il primo atto di emancipazione di una Sicilia ancora feudale, nella quale il vino veniva creato non per un fine commerciale ma per il beneficio personale e familiare, di portare sulle tavole dei nobili la piacevolezza di condividere il proprio progetto. Dal 1824 con Giuseppe Alliata la Sicilia del vino comincia a fare impresa e aspira a farsi conoscere non soltanto sulle tavole nobiliari, ma anche nei commerci in Italia, in Europa e poi in tutto il resto del mondo”.
L’influenza delle tecniche enologiche francesi più avanzate continua tanto che Edoardo affida la gestione enologica a Jean Lagarde, un tecnico francese che vivrà e opererà in Sicilia per più di un decennio, rivolgendo la sua attenzione non solo alle varietà autoctone ma anche al Cabernet franc, il Sauvignon e lo Chardonnay.
Con la crisi legata all’arrivo della fillossera negli anni ’20 del Novecento, l’azienda partecipa attivamente ai progetti di ricostruzione. Alla guida dell’azienda c’è Enrico Maria Alliata, nipote di Edoardo, enologo e gastronomo, oltre che uomo di cultura, filosofo e scrittore: “È quello il momento in cui la Sicilia riparte prendendo una nuova dimensione, una sua geometria e una sua forma, di colore, predisposizione, distribuzione dei vitigni e scelta delle forme di allevamento. La parte occidentale si veste di Catarratto e vede crescere le superfici dedicate al Grillo e all’Insolia, le regioni centro-meridionali si dedicano ai rossi come il Cerasuolo, il Nero d’Avola e il Frappato, mentre sull’Etna si coltivano Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio e il Caricante e nella zona che si affaccia sullo Stretto nascerà la DOC Faro”.
Il Dopoguerra non è facile, l’erede della famiglia è Topazia Alliata, artista, intellettuale e prima donna imprenditrice del vino in Sicilia, ma l’isola sta attraversando un capitolo buio: “Topazia ha il coraggio di prendere le redine dell’azienda in un periodo dove l’imprenditoria trova anche l’opposizione delle forze meno positive che in Sicilia poi caratterizzeranno buona parte del secolo. Ma lei è tenace e ha modo anche di fare passi avanti, e sviluppare nuove etichette e stili enologici, come quello del Colomba Platino, bianco moderno e basso di grado, che rompe con il carattere dei bianchi siciliani allora più alcolici e considerati sgraziati”.
Nel 1961 però l’avventura imprenditoriale più che secolare della famiglia Alliata finisce definitivamente e l’azienda viene ceduta alla Regione Sicilia. Il periodo di gestione pubblica sembra la fine di tutto ma negli anni ’80 a crederci è un giovane enologo piemontese: Franco Giacosa scommette sul Nero d’Avola, fino a quel momento usato come vino sfuso da taglio per dare colore, alcol e struttura ai progetti enologici del Nord.
Lo strumento è quello della sperimentazione: “Giacosa sceglie per il Nero d’Avola i terreni bianchi e calcarei della zona di Gela, in vigneto valuta le prestazioni della forma di allevamento, a spalliera o ad alberello, mentre in cantina applica più di 100 diverse macerazioni per individuare il protocollo che meglio riesca a interpretare l’equilibrio della varietà siciliana e introduce la barrique e il rovere. La sperimentazione si ripete nel 1982 e nel 1983 per arrivare alla prima vendemmia nel 1984 quando vede la luce il Duca Enrico, Nero d’Avola in purezza, una bottiglia premiata e di grandissimo successo anche all’estero, prodotta allora da un Ente pubblico, che in quel momento rappresenta una scintilla per accendere il movimento di rinascita della Sicilia stessa che ritrova carattere e capisce di avere realmente nuovamente un ruolo centrale all’interno del panorama enologico internazionale”.
L’ultimo atto di quelle che Magnisi definisce le montagne russe dell’azienda, una serie di salite e discese, cambiamenti di rotta ed evoluzioni di storia imprenditoriale è l’arrivo dell’attuale proprietà: nel 2001 Corvo e Duca di Salaparuta vengono acquistate dal gruppo industriale dell’Ilva di Saronno, che nella persona dell’allora AD Augusto Reina, completa il suo progetto enologico siciliano cominciato con l’acquisto delle Cantine Florio di Marsala, creando un polo di cantine storiche che abbraccia tutta la Sicilia. La visione enologica è affidata a Giacomo Tachis che consolida i progetti sul Nero d’Avola cominciati da Franco Giacosa e ne avvia di nuovi, tra i quali gli impianti di Pinot nero sull’Etna.
Il resto è storia dei nostri giorni ma le sfide non sono finite e la crisi climatica in Sicilia sta presentando un conto estremamente salato: alte temperature, siccità e malattie vecchie e nuove da contenere. Quest’anno la vendemmia nei vigneti di Duca di Salaparuta è cominciata con lo Chardonnay il 25 luglio, con un anticipo che non si era mai visto e che impone di raccogliere solo nelle ore più fresche della giornata, dalle 5 alle 12, per rendere sopportabile il lavoro in vigneto. “Fare vino in Sicilia è diventato sempre più complicato” conclude Magnisi.
Per i 200 anni un omaggio al territorio di Bagheria
Se un’azienda che nasce nella Sicilia dei privilegi feudali, diventa impresa, vive la crisi e la ricostruzione della crisi fillosserica, attraversa una parentesi di gestione pubblica e infine entra in una holding industriale, spiega Magnisi,mantenendo la sua identità per 200 anni è stato grazie alle persone che l’hanno animata e che continuano a farlo, ma anche perché il territorio che la ospita, quello di Bagheria, è fatto esso stesso di contrasti.
“La teoria dei contrasti”, il documentario del regista Carlo Loforti, prodotto da Duca di Salaparuta e realizzato dalla casa di produzione Just Maria, in occasione delle celebrazioni per i 200 anni di Duca di Salaparuta racconta il territorio di Bagheria, polo di attrazione per artisti del calibro di Renato Guttuso, Mimmo Pintacuda, Ignazio Buttitta, Ferdinando Scianna e Giuseppe Tornatore e i contrasti dell’arte e la bellezza di Ville settecentesche e paesaggi intrappolati e fusi nel disordine urbanistico e la cementificazione del Novecento. 
“Abbiamo voluto omaggiare un territorio dove abbiamo vissuto per 200 anni e che secondo noi merita molto di più. Quindi la scommessa è di risposare il territorio e abbattere i confini delle nostre cantine, un po’ come fa la vite le cui radici arrivano più lontano dal ceppo che dà il frutto. C’è una nuova generazione di artisti, fotografi, pittori, che hanno voglia di raccontarsi, e per noi veicolare la loro arte è non solo un piacere ma quasi un obbligo. E questa è ancora una nuova scommessa. Non limitarci a fare vino, ma fare anche comunicazione e cultura”.



