Febbraio 2024

A Primanteprima la Toscana dei vini sul lettino dell’analista

PrimAnteprima ha inaugurato le Anteprime della Toscana con dati, tendenze e statistiche che invitano a riflettere sulle sfide del futuro.

A Primanteprima la Toscana dei vini sul lettino dell’analista

di Alessandra Biondi Bartolini

Si è conclusa da poco la settimana delle Anteprime toscane: Chianti Classico, Chianti, Nobile di Montepulciano, Morellino di Scansano, IGT Toscana e le piccole Doc e DOCG de l’Altra Toscana hanno presentato al pubblico di addetti ai lavori e appassionati le ultime annate uscite sul mercato. Una Regione di vini rossi che come ha detto l’Assessora all’Agricoltura e Vice Presidente della Regione Toscana Stefania Saccardi sottolineando la volontà di guardare al futuro con ottimismo, rivendicando il lavoro di innovazione, cura dell’ambiente e qualità.

Un ottimismo tuttavia velato da non pochi segnali di preoccupazione che hanno portato anche a un’inaugurazione, il 14 febbraio alla Camera di Commercio e Artigianato di Firenze, molto diversa dal solito: niente rockstar o calciatori come si era visto negli ultimi anni, ma tanti dati, statistiche e proiezioni per riflettere sul futuro dei vini toscani.

Come su tutto il mondo del vino pesano sul sistema Toscana le sfide della Crisi Climatica e la situazione geopolitica che ha inciso profondamente negli ultimi anni non solo sui mercati di esportazione ma anche sui c
osti dei fattori di produzione e dei trasporti, ma anche la trasformazione dei consumi e delle preferenze dei consumatori di molti mercati non sono da trascurare.

Il 2023 in Toscana

La produzione di vino nell’ultima vendemmia è stata in Toscana di 1,7 milioni di ettolitri, il 26% in meno rispetto alla campagna precedente. Si tratta del secondo peggior risultato dopo il 2017 degli ultimi 50 anni ed è legato alle basse temperature al momento del germogliamento e alle malattie fungine che nel periodo primaverile hanno colpito i vigneti a causa delle piogge persistenti e della difficoltà di intervenire con i trattamenti.

Una stagione critica che segue altri anni di condizioni critiche e alla quale ne seguiranno altre che nelle previsioni degli scenari futuri vedranno aumentare le anomalie termiche e la durata dei periodi caldi (i giorni consecutivi con temperature molto elevate in estate sono già triplicati), ha spiegato Bernardo Gozzini del Consorzio Lamma, il Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale per lo sviluppo sostenibile di Regione Toscana e CNR.

L’agricoltura italiana sta già mostrando segnali di adattamento alle mutate condizioni: negli ultimi 5 anni le coltivazioni di frutti tropicali in Italia sono triplicate (banana, avocado, mango, a cui si aggiungono colture sperimentali di caffè). Assistiamo anche alle “migrazioni interne” di particolari varietà: la produzione industriale di pomodori cresce nel Nord (+27%) e scende nel Sud (-17%), i vigneti sono arrivati oltre i 1000  metri di altezza, mentre in Valtellina crescono oggi 10mila olivi. Anche per questo la Regione Toscana si sta spingendo per incentivare metodi innovativi di coltivazione e di gestione delle acque, impianti sperimentali, agricoltura di precisione e una rete di piccoli invasi.

I modelli climatici per quanto riguarda le precipitazioni non evidenziano variazioni nelle medie stagionali, a cambiare è però l’intensità e il numero di giorni con piogge intense e dal momento che dal 2000 a oggi si è verificata almeno ogni 5 anni una condizione di siccità persistente, ha spiegato Gozzini, bisogna imparare a trattenere la tanta acqua che cade in poco tempo per poi usarla per garantire alle piante l’apporto idrico necessario nei periodi siccitosi.

È presto per gridare alla crisi ma i segnali non sono dei migliori

I dati necessari per misurare la febbre alla Toscana del vino e analizzarne lo stato di salute sono stati presentati da Fabio Del Bravo di Ismea.

Settima regione a livello nazionale per vino prodotto con l’8% del vino in volume e l’11% in valore, la Toscana vitivinicola conta quasi 61000 ettari per il 38% in biologico, distribuiti su più di 12000 aziende con una media aziendale di 5 ettari di vigneto. Sono 58 le indicazioni di origine (11 DOCG, 41 DOC e 6 IGT) che interessando il 96% della superficie vitata regionale. Un’immagine diversificata che tuttavia vede una forte concentrazione sia nei vitigni (il 59% della superficie vitata è a Sangiovese), sia nelle denominazioni tra le quali dominano per superficie rivendicata il Chianti (41%) e il Chianti Classico (21%).

Secondo le prime elaborazioni, ancora provvisorie, curate da ISMEA per il report annuale per PrimAnteprima, nel 2023 sono stati imbottigliati 1,2 milioni di ettolitri di vino DOP toscano, in flessione del 7,6% rispetto all’anno precedente, mentre l’IGP con 690 mila ettolitri ha registrato una flessione del 6%. Sul fronte interno, in un contesto generalizzato di riduzione degli acquisti delle famiglie, il vino Toscano DOP ha realizzato performance inferiori rispetto al comparto delle DOP italiane. La domanda interna di vini toscani DOP, limitatamente agli acquisti nei format della Grande Distribuzione, ha mostrato una riduzione in termini di volume del 5,8% contro un -3,4% delle DOP totali e un -3,6% dei vini fermi nel complesso. In termini di spesa, i vini DOC/DOCG toscani hanno segnato una sostanziale stabilità, garantita dall’aumento dei prezzi medi, che ha compensato la flessione dei volumi. I maggiori acquirenti – il 68% – restano gli over 60 con reddito medio-alto e residenti nel Centro Nord, ma uno spiraglio di ottimismo arriva dagli incrementi legati alla piccola percentuale di consumatori più giovani delle categorie prefamily (i giovani single) e famiglie con figli piccoli che segnano rispettivamente +3% e + 6% rispetto al 2022.

Per quanto rispetto ad altri paesi produttori l’Italia non esca male dalla contrazione delle esportazioni che ha interessato tutto il mercato mondiale, la domanda estera 2023 dei vini DOP della Toscana ha evidenziato qualche difficoltà in più in quanto molto legata ai mercati di USA, Germania e Canada che hanno registrato le maggiori contrazioni. Facendo proiezioni fino a fine anno, tenendo conto dei dati Istat gennaio-ottobre, si stima una flessione delle esportazioni di DOP toscane del 13% in volume, accompagnata da un -5% dei valori. A influire sul calo, la forte concentrazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti (31% del volume e 38% del valore), mercato oggi in profonda trasformazione. La perdita più consistente dei volumi esportati, infatti, è stata verso i Paesi Extra-Ue (-15%) a fronte del -7% maturato all’interno dei confini comunitari. È proprio la riduzione della domanda USA (-20% in volume e -3% in valore) a incidere profondamente sul risultato finale dei prodotti toscani. Male anche Germania, Canada e Svizzera, mentre nel Regno Unito alla riduzione del 9% dei volumi si affianca una timida ripresa dei valori (+1%). A sostegno della promozione dei vini toscani DOP nel mondo, la Regione ha messo a punto un pacchetto di misure attraverso le risorse 2023-2027 del PSP Piano Strategico della PAC: 6 milioni di euro nel 2024 per la promozione nei paesi UE (Italia compresa) e circa 15 milioni tra 2023 e 2024 verso i paesi extra-UE.

Guardando a questi dati non del tutto incoraggianti, occorre tuttavia osservare come a fronte di un calo progressivo e non legato unicamente alla situazione congiunturale degli ultimi anni dei volumi esportati (-30% negli ultimi 10 anni e -13% rispetto al 2022), il valore dell’export dei vini toscani sia aumentato del 22% negli ultimi 10 anni, nonostante il calo stimato per l’ultimo anno rispetto al precedente. Tale tendenza è da attribuire all’andamento dei prezzi dei vini toscani, che sono cresciuti del 60% in dieci anni e che superano del 90% la media dei vini DOP italiani. Un indicatore che, ha osservato Del Bravo, attesta la qualità e la distintività del comparto e dell’immagine del vino toscano, ma che potrebbe non essere sufficiente. “È probabilmente presto – ha concluso Del Bravo  – per gridare alla crisi ma sarebbe imperdonabile non raccogliere ed elaborare i segnali per trarne nuovi elementi di indirizzo per le strategie future”.

Uno sguardo al mercato USA

Il mercato degli Stati Uniti è da decenni il punto di riferimento per i produttori italiani e toscani. Il consumatore americano è percepito come un amante appassionato della Toscana e dei suoi vini. Eppure i segnali più recenti che arrivano da Oltreoceano sono diversi, le tendenze dei consumi stanno rapidamente cambiando, i giovani si stano disaffezionando al vino e avanzano nuove tendenze di consumo, le bevande analcoliche e il Ready to Drink.

Il mercato americano, ha spiegato Carlo Flamini,  Responsabile dell’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini, è entrato in una fase di profondo cambiamento: i consumi di vino – in particolare rosso fermo – sono in calo da almeno cinque anni, mentre altre tipologie di alcolici sembrano adattarsi meglio alle esigenze delle nuove generazioni, in termini sia di salute/benessere/lifestyle, ma anche di aderenza a una dimensione di “consumo a seconda dell’occasione”. Il profilo del consumatore che ha decretato il successo dei vini italiani della prima generazione (dagli anni Sessanta in poi), fortemente conservativo, di etnia bianca, residente principalmente sulla costa atlantica, sta lasciando il posto a un mix di consumatori diversi per etnia, abitudini, aspirazioni. La sfida dei prossimi anni sarà quella di ridurre il raggio d’azione (non tutto il mercato, ma parti di esso, quelle più recettive e profittevoli) e avere un approccio il più possibile diretto e “custom made” con i consumatori. A partire dall’implementazione di enoturismo ed esperienze in prima persona nei luoghi di produzione, attività su cui la Toscana ha fatto da apripista per tutta l’industria vitivinicola nazionale.

Quello che probabilmente è sbagliato è guardare ai consumi, le richieste e i gusti del mercato statunitense come ad un unicum, dimenticando che parliamo di un grande paese con persone, gruppi etnici, abitudini, fasce di età anche molto diverse. In futuro secondo Flamini non dovremo pensare al consumatore americano ma a quello del Connecticut, quello di Los Angeles, della Florida o del Texas. “Ognuno di questi mondi andrà ascoltato e in ognuno si dovranno cercare delle nicchie aperte all’ascolto del nostro vino, cullandole e portandole alla maturità” ha concluso Flamini “È un’attività faticosa ma va fatta e occorre studiare questi casi nel dettaglio, dedicandosi allo sforzo di cogliere questi  segnali deboli. Forse è il momento di dedicare i fondi per la promozione e tutti quelli che in tutti questi anni sono stati dedicati alla ristrutturazione dei vigneti, anche a una più attenta attività di ascolto dei consumatori e dei mercati”.