di Alessandra Biondi Bartolini
Con centocinquanta anni di ritardo la fillossera è arrivata alle isole Canarie ed è una notizia che preoccupa molto. Dopo la prima rilevazione dell’insetto alla fine di luglio in un vigneto semi-abbandonato nella costa nord orientale di Tenerife, le autorità locali hanno attivato rapidamente tutte le misure necessarie: rimozione, disinfezione e distruzione delle piante infette e delle loro radici, istituzione di una zona di sicurezza intorno all’area di rilevamento, divieto di spostamento di materiale vegetale, uve e attrezzature tra le isole dell’arcipelago e intensificazione della vigilanza e il monitoraggio in tutti i vigneti. Un’attività che al momento, informa il giornale locale La Voz de Lanzarote, ha portato a rilevare la presenza dell’insetto “solo” in 45 dei 1368 rilievi fatti.
Sia per la condizione di forte isolamento delle isole in mezzo all’Oceano Atlantico, sia per la natura dei suoli, sciolti e di origine vulcanica e le tecniche di coltivazione uniche, sia infine per le forti restrizioni imposte dalla Spagna all’importazione di materiale vegetale dall’esterno, le isole Canarie erano fino ad oggi una delle aree viticole “Philloxera free”, considerate cioè esenti dalla presenza del temibile insetto che tra la fine del 1800 e gli inizi del ‘900 rischiò di distruggere la viticoltura europea.
È per questo motivo che la viticoltura delle isole Canarie è principalmente basata su viti europee franche di piede e non innestate, spesso molto longeve, ma naturalmente suscettibili agli attacchi delle generazioni radicicole di Daktulosphaera vitifolia, per le quali l’unico metodo di lotta efficace resta tutt’oggi l’innesto sui portinnesti di origine americana o asiatica e dei loro ibridi.
Fatte salve le maggiori possibilità di controllo insetticida, il rischio che corrono oggi i vigneti dell’arcipelago spagnolo è quindi lo stesso che hanno affrontato più di un secolo fa quelli dell’Europa continentale.
Un caso che ricorda a tutti che la fillossera non è un ricordo del passato ma un organismo nocivo, che continua a richiedere continua vigilanza e che apre anche qualche interrogativo sull’opportunità (o l’inopportunità) di spingere, come talvolta avviene, la narrazione della viticoltura franca di piede senza considerarne i rischi.
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