Febbraio 2024

Amarone della Valpolicella, la sfida del cambio stilistico

Ad Amarone Opera Prima ci si è interrogati sui cambiamenti di mentalità e di stile che i produttori devono compiere per adattarsi alle nuove richieste ed esigenze di gusto dei consumatori e wine lovers

Amarone della Valpolicella, la sfida del cambio stilistico

di Elisabetta Tosi

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“Vino rosso: voglia di leggerezza”. Sembra la parafrasi del titolo di un vecchio film, invece è la tendenza di consumo espressa da un numero sempre maggiore di consumatori quando si parla di vino. Una domanda che, se lasciata insoddisfatta, porterà a deprimere ancora di più le vendite già non brillantissime di certe tipologie di vini, primi tra tutti i rossi. I dati, in larga parte già noti, sono stati ripresi durante la conferenza “Clima, produzione e mercati: la Valpolicella alla prova del cambiamento”,  che ha inaugurato l’edizione 2024 di  “Amarone Opera Prima”, la manifestazione che da ormai vent’anni il Consorzio Tutela Vini Valpolicella organizza nel Palazzo della Gran Guardia di Verona per presentare l’ultima annata dell’Amarone della Valpolicella. Quest’anno è toccato al 2019, un’annata giudicata a 5 stelle.

L’evento è stato anche occasione per fare il punto sullo stato dell’arte della denominazione veronese, e per interrogarsi  su ciò che l’aspetta alla luce degli attuali cambiamenti sociali, ambientali, economici.

Un nuovo modello di Amarone

Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio del  Vino dell’UIV, nel 2023 l’Amarone ha subìto in termini di volumi esportati una flessione (-12%) pari a circa 75 mila ettolitri; un dato comunque in linea (+1%) con il 2019 e anzi in crescita negli ultimi 10 anni (+17%). Il calo tendenziale dell’export nell’ultimo anno è dovuto sia a oggettive riduzioni dei consumi (in particolare in Scandinavia e Canada, e in parte anche Germania, che però ha visto un forte aumento delle vendite nel canale retail). Diverso il discorso negli  USA: il trend (negativo) dei vini rossi si è  infatti sommato all’effetto congiunturale del destocking di prodotto accumulato dai distributori, e che ha interessato un po’ tutti i vini. In pratica, una volta terminati lockdown dovuti al Covid, chi aveva accumulato scorte di bottiglie ha pensato bene di smaltirle, prima di procedere a nuovi ordini, e questo ha rallentato tutte le richieste di vino dall’estero.  Effetti tecnici a parte, ciò che interessa di più in questo momento i produttori della Valpolicella è però il cambio di gusto dei wine lovers, soprattutto dei più giovani, che sempre più stanno allontanandosi dalle tipologie di vino percepite come “troppo”: troppo alcoliche, troppo colorate, troppo strutturate, troppo impegnative.

“L’Amarone è stato in passato un vino che ha soddisfatto una domanda di mercato – ha spiegato il Master of Wine Andrea Lonardi (nella foto), vicepresidente del Consorzio e COO di Bertani Domains  I produttori della Valpolicella sono stati tra i più bravi, soprattutto in alcuni mercati (del Nord Europa e Nord America) a cogliere questa necessità di un vino morbido, caldo e piacevole, adatto per essere consumato lontano dai pasti. Perciò negli ultimi 20 anni l’Amarone ha avuto un enorme sviluppo in termini di volumi, e per far questo si è ecceduto con lappassimento,  e con la necessità di rincorrere uno stile che questo segmento del mercato richiedeva. Oggi quella domanda di mercato degli anni ‘90 del secolo scorso è praticamente piatta, anzi, si sta riducendo, perché i consumatori guardano altrove”. Non solo: nel giro di pochissimo tempo, il segmento nel quale l’Amarone spadroneggiava si è popolato di pericolosi concorrenti,  “vini che competono solo in termini di prezzo – ha continuato il manager – . Subire un attacco di questo tipo significa avere la consapevolezza che quel vino era un modello facilmente imitabile, perchè il metodo era superiore al territorio”.

Se l’Amarone e l’appassimento hanno dominato la scena della Valpolicella negli ultimi 30 anni, generando anche una ricchezza diffusa che fino a quel momento sarebbe stata impensabile  (nel 1993 il reddito per ettaro era ca. 5.000 €/ha, dal 2008 in poi viaggia su valori stabilmente sopra i 20.000 €/ha, con punte in alcune annate che superano i 25.000 €/ha), ora anche questa zona privilegiata deve fare i conti come tutti con tre grandi cambiamenti: quello del clima, quello dei consumi, e quello dello stile. “Dobbiamo cambiare e reindirizzare i nostri vini verso unevoluzione sia in termini di geografie di mercato, che di profilazione del consumatore – ha detto Lonardi – Per farlo occorre, anche ma non solo, un cambio stilistico. I vini commercialmente più solidi sono infatti i fine wines, quelli che hanno un profondo legame con il territorio di origine, vini che hanno valori e che sono in grado di creare continuamente valore sulla supply chain, perchè nel primo e nel secondo decennio dalla loro immissione sul mercato migliorano qualitativamente in bottiglia”. Sebbene auspicabile, il cambio di stile di un vino così tecnicamente complesso come l’Amarone non si presenta né facile né veloce. Perché è innanzitutto espressione di un cambio di mentalità: significa ripensare la viticoltura e le sue forme di allevamento, magari tornando alla pergola veronese “che si presta a proteggere le uve e che mostra degli interessanti vantaggi sia dal punto di vista gestionale che produttivo” ha spiegato il Master of Wine.

Significa rimettere mano al disciplinare di produzione. Significa ridurre i tempi della messa a riposo, se si vogliono ottenere vini più freschi, equilibrati, bevibili. Significa perfino rivedere gli stessi  luoghi dove oggi si fanno appassire le uve,  le loro condizioni interne. Lo stesso dicasi delle tecniche di vinificazione: “Penso al lavaggio delle uve e alla selezione con dispositivi ottici. A questo si aggiunge l’affinamento, dove dovranno essere riconsiderati tempi di affinamento, i  legni e le misure dei contenitori”. Anche la comunicazione dovrà cambiare: “Bisognerà passare  da un vino con un modello di leadership di comando – un vino muscoloso, strutturato, ricco e concentrato che impone fortemente il suo stile sul consumatore – ad un vino con un modello di leadership di prestigio: un vino più intellettuale, che non si impone con forza, ma con un racconto molto più prestigioso e qualificato”. Se si vogliono conquistare i nuovi consumatori, che rifuggono da tutto ciò che sa di comando e imposizione, bisognerà far leva sul loro desiderio di essere coinvolti a livello mentale e culturale. “La Valpolicella è un territorio interessantissimo – ha concluso Lonardi – . Non è solo il terzo più grande giacimento di calcare al mondo dopo Champagne e Borgogna,  ma è anche un ricco e forte tessuto sociale ed imprenditoriale, tra i primi ad adottare il processo di controllo dei numeri. Finora i numeri che hanno interessato gli imprenditori del vino sono sempre stati quelli quantitativi, ma oggi il mercato ci impone un cambio culturale a livello gestionale ed interpretativo del dato. In conclusione, è evidente che stiamo vivendo un cambiamento che richiede una crescita culturale. Questa missione è guidata dal desiderio di avere un impatto e generare l’unico vero risultato a cui un produttore di vino in questo territorio deve aspirare: la legacy, l’eredità. Un’eredità che deve toccare il territorio, la qualità del prodotto (vino) ed il percepito del brand”: Un obiettivo che, per essere  centrato, avrà bisogno dell’impegno concreto di tutti: produttori, istituzioni, comunicatori e opinion leaders.  Ci sarà da lavorare.