L'Editoriale Numero: 03 / 2022

4.0: l’innovazione ha le ali per volare, ma non sempre ha le scarpe per camminare

Una riflessione sul gap italiano tra le potenzialità e l’attuazione dell’agricoltura di precisione

Maurizio Gily
4.0: l’innovazione ha le ali per volare, ma non sempre ha le scarpe per camminare

Non passa giorno senza leggere di progetti di agricoltura di precisione e “4.0”.
Si parla, semplificando, di uno schema basato su tre passaggi:
1. Raccolta di dati di campo tramite sensori di vario tipo, da terra o da mezzi aerei, mandati
e conservati su una “cloud” (nuvola) cioè un archivio digitale accessibile per via telematica
da pc, smartphone, tablet o computer installati sulle macchine; dati che offrono una migliore
conoscenza del “campo” con le sue diverse sfaccettature, anche evidenziando le differenze
esistenti a livello di vigoria, disponibilità idrica, attività fotosintetica. Foto aeree o da terra con
camere multispettrali o nel campo del visibile, stazioni meteo elettroniche etc.
2. L’utilizzo di questi dati, e delle loro successive elaborazioni (ad esempio i modelli biologici delle
malattie) come supporto a determinate decisioni da parte dell’impresa: se effettuare o meno
un trattamento o come definire un piano di concimazione o di irrigazione differenziato in base
alle “mappe di prescrizione”.
3. Macchine in grado di attuare “da sole” queste decisioni, geolocalizzate tramite GPS e interfacciate
con le mappe di prescrizione, ad esempio concimatrici a rateo variabile che danno più concime
qui e meno lì, atomizzatori in grado di variare la portata in base alla densità della chioma,
vendemmiatrici con una doppia tramoggia che separano le uve raccolte dalle zone più “magre”,
destinate eventualmente a riserve, etc. In prospettiva c’è anche l’utilizzo di macchine senza
guidatore, ed è una prospettiva più breve di quanto forse pensiamo.
Le possibilità offerte da questi sistemi sono notevoli in termini di risparmio, miglioramento di
efficienza, riduzione dell’impatto ambientale. Ma nel caso specifico della viticoltura italiana
incontrano limiti importanti di applicabilità:
– dimensione aziendale. Di massima una viticoltura di precisione basata sullo schema prima
riassunto non è economicamente sostenibile per le piccole realtà. Potrebbe diventarlo se estesa
ad aggregazioni di viticoltori, come associazioni territoriali o cantine cooperative, purché dotate
di una struttura dedicata e condivisa di personale e attrezzature.
– Formazione. Se da un lato l’innovazione potrà consentire di ottimizzare il lavoro, dall’altro
richiederà lavoratori con una formazione diversa da quella di oggi, che siano a loro agio
nell’utilizzo di computer di bordo, gestione mappe, sostituzione schede elettroniche e tutto ciò
che va sotto il nome di IoT (Internet of Things, internet delle cose).
Da parte delle imprese si lamenta la difficoltà di trovare trattoristi qualificati anche senza tutte queste capacità, si può immaginare la difficoltà di aggiungere altre qualifiche a una ricerca che è già difficile così. C’è da dire che i giovani, i “nativi digitali”, sono veloci nell’apprendimento delle nuove tecnologie, bisogna però che qualcuno offra loro l’insegnamento, e difficilmente questo qualcuno può essere l’imprenditore o il capo operaio alla soglia della pensione. E quindi? Possono bastare i corsi da 8 ore online proposti su internet per avere il “patentino” da trattorista? Direi proprio di no. Possono bastare gli istituti agrari? Temo di no. So di aziende che, nella latitanza delle istituzioni pubbliche, hanno pensato di consorziarsi per organizzare corsi. Anche i produttori di macchine potrebbero organizzarne, può essere che qualcuno lo faccia: di fatto la nostra testata in oltre vent’anni di vita non ha mai ricevuto notizia di un corso per trattorista, che avremmo sicuramente pubblicato. È un problema che non riguarda solo il nostro settore e rappresenta uno dei motivi per cui, come spesso si legge, “le aziende non trovano personale”, perché lo vorrebbero già formato (e possibilmente, almeno alcune, pagarlo poco).
La diffusione di questi modelli di innovazione dipenderà, nei prossimi anni, soprattutto dagli sforzi
che le imprese costruttrici faranno in due direzioni: da un lato l’ingegnerizzazione delle tecnologie,
che consenta di renderle sempre più economiche e più facili da usare, dall’altro la comunicazione,
perché sicuramente non bastano i programmi di “disseminazione” che i gruppi di ricerca pubblico-privato hanno attuato o stanno attuando perché imposti come vincolo per ottenere finanziamenti
per la ricerca. Portare la viticoltura 4.0 nelle campagne richiede un impegno ben maggiore di questo.