L'Editoriale Numero: 04 / 2023

Di deroga in deroga

A fine luglio, la Commissione Europea ha corretto il regolamento già approvato nel 2021 e ha deciso che slitteranno nella pratica in avanti le date per l’obbligo di mettere in etichetta quattro informazioni che a partire dal prossimo 8 dicembre avremmo dovuto trovare su ogni etichetta di vino e vermouth. Il nostro punto di vista nell’editoriale.

Michele Antonio Fino
Di deroga in deroga

A fine luglio, la Commissione Europea ha corretto il regolamento già approvato nel 2021 e ha deciso che slitteranno nella pratica in avanti le date per l’obbligo di mettere in etichetta quattro informazioni che, senza questo corrigendum, a partire dal prossimo 8 dicembre su ogni etichetta di vino e vermouth avremmo dovuto trovare:

  1. L’energia per 100 ml di prodotto espressa in calorie.
  2. L’eventuale imbottigliamento in atmosfera protettiva (se si usano gas inerti per prevenire l’ossidazione del prodotto).
  3. L’elenco degli ingredienti per produrre il vino, ivi compresi gli additivi e gli eventuali coadiuvanti allergenici (facendo riferimento all’’allegato I, parte A, tabella 2, del regolamento delegato (UE) 2019/934.
  4. La tabella nutrizionale standard, come definita nel reg. 1169/2011.

Per facilitare le operazioni, i punti 2 e 3 potranno essere soddisfatti con un QR Code che dalla etichetta rimandi direttamente a una pagina internet (priva di qualsiasi informazione di carattere commerciale o promozionale e senza che ci sia alcuna tracciatura delle visite) su cui elenco e tabella nutrizionale di quel vino dovranno essere pubblicati e mantenuti aggiornati: il motivo di questo è che, a differenza di altri alimenti, una tabella nutrizionale sul vino riporta sempre zero per quanto concerne grassi e proteine, quindi imporne la stampa sulla bottiglia non è così rilevante.

L’obbiettivo generale del legislatore è assoggettare anche il vino alle regole che ormai da almeno 7 anni vigono per la generalità di alimenti e bevande: dopo questa innovazione, infatti, continueranno a non indicare ingredienti e valori nutrizionali solo gli alcolici non “vinosi”.

Ora, in Italia si è festeggiato questo rinvio. Così come a suo tempo si sono festeggiati i rinvii dell’etichettatura ambientale (materiali dell’imballaggio e indicazioni per il riciclo) mentre ci si è ampiamente stracciati le vesti per evitare che si potesse anche solo parlare di health warning sul tipo di quelli richiesti in Irlanda, sugli alcolici, a partire dal 2025.

Ma, io mi chiedo, è davvero questo atteggiamento di CHIUSURA TOTALE a ogni cambiamento un atteggiamento che ha senso e soprattutto è produttivo per i produttori di vino? Vorrei esporvi tre ragioni per cui forse non è così.

  • Il vino perde terreno nelle scelte dei consumatori e soffre la concorrenza di alcolici più graditi oltre a quella dei soft drink: perché non approfittare di una etichetta finalmente più trasparente per cercare di recuperare terreno? Nel vino l’alcol NON è un ingrediente come in un amaro o in un alcol pop: perché non valorizzarlo attraverso le nuove opportunità di etichettatura, volontariamente? La lista ingredienti del 90% dei vini, infatti, già oggi, può essere: uva, anidride solforosa.
  • In Italia è vietato zuccherare i mosti. I nostri vini sul mercato internazionale possono distinguersi molto nettamente da quelli di aree vinicole francesi e tedesche anche per l’elenco ingredienti: perché non approfittarne, abbracciando la novità?
  • I consumatori sono abituati a trovare informazioni puntuali e trasparenti su quasi ogni elemento del carrello: siamo sicuri che riescano a continuare a fidarsi di un prodotto che viceversa, in ogni sede, attraverso propri esponenti, politici e fiancheggiatori vari, rifiuta di dare informazioni riguardo al riciclo degli imballaggi, agli ingredienti, alle qualità nutrizionale, alle conseguenze (ormai assodate) del consumo di alcol?

Insomma, quello che io mi chiedo e vi chiedo, lettori di Millevigne, è: ma voi mettereste la mano sul fuoco che queste deroghe lungamente richieste e questi rifiuti di cambiare facciano davvero gli interessi del settore del vino o non siano, invece, solo dei riflessi condizionati (mi chiedi qualcosa di nuovo? Manco per sogno!) che di fatto bloccano un settore che diversamente potrebbe abbracciare la novità e cogliere opportunità importanti?

Sempre di più, raccolgo elementi che mi confortano nell’idea che i consumatori non siano bambini da tenere all’oscuro di ciò che fanno i genitori, perché questi ultimi sanno ciò che è meglio per loro. E contestualmente mi chiedo: che senso ha progettare, e finanziare con gli ingenti fondi OCM, campagne di comunicazione a sostegno della vendita del vino italiano, se non siamo disposti a iniziare un rapporto seriamente equilibrato e trasparente con chi acquista, ma soprattutto stappa le nostre bottiglie?