L'Editoriale Numero: 02 / 2024

La noia

Leggi o ascolta l’editoriale del numero di giugno di Millevigne

Alessandra Biondi Bartolini
La noia

Di Alessandra Biondi Bartolini

È una delle emozioni più sottovalutate, è vissuta con insofferenza soprattutto dai giovani, ha vinto Sanremo e anche noi nel mondo del vino dovremmo guardarla con più rispetto, perché coltivare la noia favorisce la nascita delle idee.

I consumi di vino calano, i giovani si disinteressano alla narrazione dei territori e trovano più divertente mescolare il vino nei cocktail, gli enoturisti cercano esperienze che poco hanno a che fare con il vino. E noi, addetti ai lavori e winelover, invece di riflettere su come continuiamo a proporre e raccontare i vini, ci scandalizziamo. Ci scandalizziamo se un turista, che in fondo è in vacanza e in cerca di svago, invece che chiedere informazioni sulla provenienza delle barrique, durante la degustazione chiede una fettina di salame, o se alla visita in cantina preferisce una lezione di yoga.  Dando per scontato che a tutti interessi quello che piace a noi, che siamo pochi e poco rappresentativi nel volume complessivo di chi beve vino, e che sfoggiamo conoscenze dettagliate su territori, esposizioni, storie personali di vignaioli che chiamiamo rigorosamente per nome per aumentare il senso di esclusività legato all’essere winelover, ci scandalizziamo per ogni cosa nuova: la crescita dell’uso del vino nella mixology  e i vini dealcolizzati o parzialmente dealcolizzati per fare degli esempi.

E se scoprissimo che alla maggior parte del pubblico non importa niente di niente di quanti sassi ci sono nei vigneti di un’azienda? E se fossero solo mortalmente annoiati? E se per loro, per citare Franco Califano, il racconto del vino avesse smesso di essere gioia, ma noia, noia, noia?

È vero, qualcuno potrebbe rispondere che mica è colpa nostra se gli altri non si vogliono fare una cultura, in fondo se l’arte non ti interessa non vai al Louvre. Ma è anche vero che anche il mondo della cultura e il racconto dell’arte, la storia, la scienza si sono rinnovati. I musei del ‘900 non si presentavano al pubblico come quelli di oggi, o quantomeno non come quelli che oggi rappresentano delle storie di successo.

Il fatto è che il vino è cultura, passione, rito, storia e anche – non dimentichiamolo – bene di consumo e momento di gioia e come tutto intorno a noi cambia, così come cambiano i consumatori e le tecniche per produrlo in vigneto e in cantina. Possiamo credere di non dover cambiare anche il modo di proporlo e raccontarlo a chi ci aspettiamo che poi sia disposto a pagarlo e frequentarlo?

Pensiamoci, ci sono ancora moltissimi aspetti affascinanti del vino e della sua cultura che potrebbero essere proposti in modo nuovo per coinvolgere il pubblico. Perché non crederemo davvero che portare un Caravaggio, un Picasso e una statua greca di Dioniso del I secolo d.C. in uno stand di Vinitaly, conditi con Le quattro stagioni di Vivaldi e mixate con l’Inno di Mameli, significhi fare cultura…

E magari si potrebbe cominciare smettendo di segmentare il pubblico solo per età e pensare che i giovani (o anche le donne, gli americani o altri gruppi) siano un unicum compatto nei gusti e nei comportamenti: alcuni amano la storia, altri l’arte o lo sport, la letteratura, la musica, la campagna, la città, il teatro, la scienza.

La scienza ad esempio (e gioco in casa ma ci credo davvero): là fuori c’è un mondo di simpatici nerd che trovano affascinante il mondo della scienza, le neuroscienze, la chimica, la biologia, addirittura la fisica e allora perché non le scoperte del mondo del vino?

O la storia: quante storie di genio e di innovazione anche del passato più recente, personaggi e aneddoti si intrecciano con la storia del vino? Si può parlare di storia senza essere nostalgici ed evocare il mito del buon selvaggio, e si può parlare di storia del vino e della vite senza inventarsi leggende e senza sempre scomodare gli Etruschi.

E poi la letteratura, la musica, il teatro, il mondo dei fumetti….

Il problema non è il canale o il mezzo con il quale si comunica: portare sui social il solito linguaggio e la solita narrativa di sempre (la bottiglia stappata, il calice che ruota, le belle donne) a molti appare stanco e (possiamo dirlo?) noioso anche se a farlo sono dei giovani e delle giovani.

Ci sono Festival, incontri pubblici, mostre, spettacoli teatrali, esperienze di gamificazione, che altri settori della cultura stanno utilizzando egregiamente per incontrare il pubblico. Forse basta mettere il naso fuori e prendere spunto, possibilmente lasciando spazio anche al sorriso e al divertimento per trasformare la noia in gioia. Che non significa non essere seri e nemmeno non parlare delle tante crisi che il mondo sta affrontando e alle quali si aggiunge forse anche una struggente crisi di idee e la necessità di rinnovare il racconto del vino, che si presenta oggi, non siamo solo noi a dirlo, un po’ consumato e sdrucito.

Non ci resta che ridere in queste notti bruciate
Una corona di spine sarà il dress-code per la mia festa
È la cumbia della noia
È la cumbia della noia

(cit. La noia, Angelina Mango)