Aprile 2024

Barolo e Barbaresco: parola d’ordine identità forte

La forte identità del territorio delle Langhe è stata ribadita con convinzione nel corso del seminario tenutosi il 6 Marzo scorso ad Alba: una vocazione naturale, un’opportunità, ma anche per certi versi un condizionamento

Barolo e Barbaresco: parola d’ordine identità forte

testo e foto di Silvia Gario

Un incontro formativo organizzato da I Vini del Piemonte, ospitato nel Palazzo della Banca d’Alba ed avente come tema principale le sfide della promozione dei grandi vini delle Langhe.

Alla tavola rotonda sono intervenuti Marco Protopapa, Assessore all’Agricoltura, Cibo, Caccia e Pesca della Regione Piemonte, Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Nicola Argamante, presidente de I Vini del Piemonte e Claudio Conterno, presidente di CIA – Agricoltori Italiani di Cuneo e Serge Lévêque, distributore esperto di vini premium e Langhe Wines Ambassador, in veste di special guest.

Il dibattito ha affrontato oltre al tema della promozione anche altri argomenti ad essa collegati quali: tendenze dei vari mercati esteri nei confronti del mercato USA, consumi e loro calo, approccio dei giovani verso il vino, politiche salutistiche e cambiamento climatico.

Tutti argomenti trattati con estrema professionalità e nell’ottica della condivisione “La nostra intenzione è stata subito quella di fare squadra ed è stata un idea geniale e rivoluzionaria, pur avendo chiaro la diversità del posizionamento dei vari vini, l’idea di fare un consorzio ed un’attività promozionale non solo del barolo e non solo delle Langhe, ma che mettesse insieme un po’ tutto il Piemonte, è veramente risultata un’idea vincente” Daniele Manzone, Direttore de I Vini del Piemonte e della Strada del Barolo, nel suo discorso introduttivo.

Consumo e valore del vino 

I consumi del vino sono in calo in quasi tutto il mondo soprattutto fra i giovani: la flessione dei consumi dei rossi che in realtà era già cominciata prima della pandemia, ha conosciuto una breve inversione di tendenza che ha contrassegnato il periodo post covid, ma poi è ripartita nel 2021, aggravandosi nel 2023, anche per effetto delle difficoltà economiche e dell’inflazione, penalizzando di più i vini rossi, rispetto ai bianchi ed agli spumanti.

Tendenza evidente nel principale mercato di consumo al mondo, gli USA: le vendite dei vini rossi sono qui calate del 9% e per il futuro preoccupa che il vino sia la bevanda meno frequente fra i giovani, con una quota del 13% contro una del 30% relativa a spirits e birra.

In Europa i segnali più preoccupanti arrivano dalla Scandinavia, in passato roccaforte dei vini rossi: i consumi degli stessi in Svezia e Norvegia sono in calo, a vantaggio degli spumanti, preferiti dai giovani e soprattutto dalle donne, che coprono il 65% dei consumi di vino.

Anche in Italia si evidenzia un calo: sugli scaffali della GDO si sono persi circa 800.000 ettolitri di vino negli ultimi cinque anni. Nei nuovi mercati gli stessi segnali: la Cina, che ha storicamente coperto le vendite dei vini rossi per 2/3, trovasi con consumi appesantiti dalle restrizioni doganali e dalla presenza delle etichette Australiane attualmente leader di mercato.

 “All’interno di questo quadro negativo dobbiamo porre l’attenzione a un altro dato, a una parola che contraddistingue da sempre il nostro lavoro promozionale: il valore delle bottiglie che vendiamo, perché non è solo importante vendere, ma farlo bene e sempre meglio” afferma Manzone. Negli USA nel 2023 il segmento più profittevole di vendita di vino italiano nella ristorazione e negli hotel e cioè quello che ha avuto aumenti nelle vendite, è stato quello delle bottiglie con prezzo superiore ai 25 dollari, contro i cali di vendite dei vini al di sotto di questo prezzo, tenendo presente che negli Stati Uniti la fascia dei vini premium vale il 15% dei vini rossi.

Si conferma un altro dato: le vendite nelle enoteche vanno molto bene e quasi ovunque meglio dell’anno scorso e l’Associazione delle Enoteche Italiane sostiene che esiste una crescita costante, anche se lenta, della consapevolezza dei consumatori dell’importanza di bere bene: quindi meno in quantità, ma meglio in qualità. Da ciò se ne deduce che questo aumento non è un travaso dalla GDO.

Una parte importante e utile di educazione del consumatore alla consapevolezza della cultura del vino, viene infatti svolta anche dai Consorzi.

La carta vincente da utilizzare in questo contesto risulta essere ciò che di più contraddistingue la Langa: identità territoriale, diversità, originalità.

Anche Matteo Ascheri evidenzia che dopo un 2021 e un 2022 molto positivi, il 2023 è stato più complicato: “Le contingenze sono chiare e colpiscono l’economia a livello mondiale, generando incertezze. Ma le contingenze fanno anche parte del nostro lavoro e siamo abituati ad affrontarle, non ne siamo particolarmente preoccupati perché sono dinamiche che si presentano ciclicamente”.

“Si berrà di meno, ma di maggiore qualità e quindi sarà importante lavorare con cautela per mantenere questo posizionamento per vendere meglio e non di più”.

Conscio che esprimendo siffatta eccellenza non ci si può che rivolgere ad un pubblico di conoscitori, a persone che hanno già sperimentato e poi hanno sentito l’esigenza di trovare qualcosa di diverso.

Ciò su cui è necessario lavorare, afferma Ascheri, è su di un’identità estrema e cioè quello che si è realmente, per farsi conoscere come tali e per portare il consumatore ai livelli desiderati quando sarà pronto”: un lavoro lungo, ma i cui risultati, una volta giunti, saranno consolidati. Affronta quindi le ragioni delle scelte fatte dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, dicendo che i produttori dovranno sempre di più occuparsi della produzione del vino, della vendita e della “sua promozione, che non può essere demandata a enti terzi (quali fiere, guide dei vini, giornalisti) il cui scopo è guadagnare mettendo spesso gli interessi delle aziende in secondo piano”; essendo dell’avviso che le associazioni ed i consorzi sono maggiormente dalla parte dei produttori, mantengono i loro interessi e realizzano progetti molto più legati a degli obiettivi senza sprecare denaro.

Un modo diverso di pensare gli eventi

Dalla rivitalizzazione di Grandi Langhe, con 300 aziende partecipanti, a Barolo e Barbaresco Word Opening a New York, con 180 aziende, il risultato è innegabile: “gli altri consorzi portano in giro massimo 15 aziende e questa è la nostra forza, essere presenti in modo massiccio direttamente con la nostra faccia”- sostiene con orgoglio.

Ed ancora con Barolo e Barbaresco Academy, formazione rivolta ai professionisti e con l’Asta Barolo En Primeur con la Cassa di Risparmio di Cuneo, lo scopo è sempre quello della tutela e della promozione delle Denominazioni che sono beni collettivi della comunità; quindi promozione del marchio collettivo.

A proposito di collettività, ci fa sapere che per il futuro verranno sviluppati progetti anche in relazione al marchio Langhe, che non è solo il nome di una Denominazione, ma anche quello di un territorio, mentre per quanto riguarda la possibilità di un ampliamento di Grandi Langhe in Gran Piemonte, l’Assessore Protopapa afferma esserci del fermento sul punto.

Riferisce quindi delle motivazioni che hanno portato il Consorzio alle proposte di cambio del Disciplinare di Produzione del Barolo e del Barbaresco e su cui i produttori sono stati chiamati ad esprimersi, dicendo che è necessario adattarsi ed affrontare le realtà che cambiano, “ma cambiare, pur rimanendo quello che siamo”.

“Non sappiamo quale sia la soluzione, ma noi come Consorzio abbiamo fatto un’analisi da cui è scaturita una situazione evidente, perciò abbiamo fatto una proposta agronomica di scelta e cioè di utilizzare un versante che non è mai stato utilizzato”.

Questa è una proposta e la scelta viene lasciata ai produttori perché essendo la denominazione è un bene collettivo, l’unico modo per fare esprimere tutti è risultato essere quello di chiedere di firmare se d’accordo o di astenersi se contrari: un’opportunità di scelta democratica di esprimersi con un quorum alto (66 % della superficie totale dei vigneti oggetto di dichiarazione produttiva e 51% della produzione imbottigliata nell’ultimo biennio).

Mercato e mercati dei vini premium

Serge Lévêque, ribadisce che il mercato dei vini premium in realtà sono più mercati. Prosegue ricordando che, ci sono poi dei vini detti cult wine, categoria al di sopra, che sono sconnessi dall’ambiente generale, pur avendo anch’essi alti e bassi: queste aziende vivono di aste, dove è importante la rivendita e il secondo mercato, dove c’è una carenza di disponibilità tale che sono al riparo e preservati dall’aumento dei tassi d’interesse, pur essendo distorti dall’avere in un certo momento un certo mercato.

Ma per la maggior parte dei vini non è così.

Ci sono difficoltà di lettura del mercato date le difficoltà economiche e l’effetto stoccaggio, da parte della distribuzione ed anche dei collezionisti.

Si fatica a cogliere e capire la generazione Z, più sensibile ai grossi marchi internazionali.

Esiste anche il problema del Dry January non solo per la vendita, ma anche perché rinforza l’idea del vino come un prodotto non salutistico.

Importante anche notare come cambia il consumo: negli USA molti distributori acquistano l’uno dall’altro, diminuendo la possibilità di vendita dei produttori.

Tutte queste difficoltà oggettive sono ovviamente da prendere in considerazione, tenendo però conto che la qualità della distribuzione migliora in altri paesi e che è importante allargare il numero dei mercati per l’export piuttosto che dipendere dagli USA con i suoi alti e bassi.

Inoltre il riguardo al cliente finale è fondamentale quando si parla di vini che hanno una storia da raccontare e quindi ricevere il cliente da modo di farlo: infatti le regioni che reggono meglio sono quelle che puntano su qualità e identità costruita su di una storia vera.

Il cliente d’interesse è quello che vuole capire la ricchezza delle Langhe e che vuole ampliare la sua cantina per addivenire ad una collezione e che quindi andrà a visitare varie aziende per poi affezionarsi allo stile di un produttore.

Ma nel comunicare il territorio dobbiamo anche ricordarci che la sostenibilità è un prerequisito e che il consumatore si aspetta delle certificazioni.

L’identità del territorio  è il messaggio vincente da comunicare

Per Claudio Conterno oltre all’identità è importante la mentalità: non bisogna lasciarsi sopraffare dal mercato.

Questa tendenza verso i vini bianchi ed i rossi frizzantini si è già presentata negli anni ‘80, poi negli anni ‘90 la scoperta del resveratrolo nel vino, quale fattore salutistico, ha aiutato molto il consumo dei vini rossi di qualità. Ora sussistono altri problemi salutistici legati al consumo di alcol, ma un vino come il Barolo, con la sua importante gradazione, non dovrebbe esserne intaccato.

“Siamo noi in primis che dobbiamo crederci di più per non uscire da questa fascia di mercato e penso che riusciremo a rimanere posizionati così”.

“Dobbiamo fare del territorio e della sua vocazione una fede: bisogna avere punti fermi e poi interpretare il territorio” ed intercettare e leggere il mercato attraverso le promozioni perché sussistono delle variabili che si modificano di mesi, non più di anni.

Ricorda anche che il turista è molto importante per le cantine: è giusto premiare il cliente affezionato ricevendolo in cantina, perché non deve perdersi la voglia di accogliere le persone “nel nostro modo di Langa”, che da tanto allo straniero che soddisfatto ritorna.

Per quanto riguarda i giovani afferma che è difficile che un giovane di 18 – 20 anni capisca tutta la storia e la valenza di questi grandi vini, ma qui si inserisce l’interesse verso la denominazione Langhe in cui è possibile produrre dei vini più approcciabili.

Proseguendo nel discorso si dice contrario alla proposta di piantare i vigneti al Nord affermando che bisogna stare attenti a cosa comunichiamo, perché sarà difficile fare capire cosa si stà facendo ed inoltre che si potrebbero fare prima altri interventi.

Commenta anche che si parla sempre di esposizione e mai di terreno e che al Nord non esiste la stessa tipologia di terreno; per contro sarebbe meglio cominciare a parlare di biodiversità e di mantenimento anche di altre colture assieme alla vigna, quali boschi e campi.

Nicola Argamante, dal canto suo, riferisce dei risultati ottenuti con il Consorzio I Vini del Piemonte affermando che aver fatto gruppo andando in giro a far promozione, a spiegare le tipologie dei vini ed a informare come berli, è stato utilissimo.

Per quanto riguarda la scelta relativa al Disciplinare afferma che “dire di piantare al Nord senza tenere presente la tipologia di terreno è riduttivo, ci possono essere terreni vocati al Nord, come terreni meno vocati al Sud” e d’altro canto si dichiara contrario alla riduzione dei boschi, ad esempio su bricchi, per fare spazio ai vigneti.

Un convegno che ha ribadito, nel caso ce ne fosse il bisogno, che per far emergere il territorio è fondamentale il lavoro di squadra.