di Alessandra Biondi Bartolini
Si è svolto a Padova dal 17 al 19 marzo il Carbon Farming Summit, tre giorni di discussione, progetti e programmazione tra ricercatori, agricoltori e decisori politici per scambiare conoscenze e costruire nuovi modelli intorno al concetto di carbon farming.
Ma che cos’è esattamente il carbon farming?
Letteralmente richiama a una vera e propria coltivazione del carbonio e in effetti consiste in questo: il carbon farming comprende tutte le attività, agricole o forestali, che consentono di stoccare carbonio organico nel suolo o nelle biomasse, sottraendolo alle emissioni presenti in atmosfera o prevenendo la formazione di altri gas climalteranti come il protossido di azoto e in modo da attenuare le cause e mitigare gli effetti del Climate Change.
Con le pratiche di agricoltura rigenerativa, l’incremento delle coperture vegetali, l’agroforestazione e l’uso di concimi organici, il carbonio organico viene immobilizzato e contemporaneamente l’ecosistema agricolo riceve una serie di benefici o servizi ecosistemici: riduzione dell’erosione, miglioramento della fertilità biologica, riduzione delle condizioni di stress per le piante coltivate ecc.
Nel momento in cui lo stoccaggio del carbonio e la sottrazione di CO2 dall’atmosfera rappresenta un dato misurabile il carbon farming è in grado di produrre dei Crediti di Carbonio, scambiabili e vendibili allo scopo di ottenere un extra profitto.
Un progetto per la viticoltura rigenerativa
Tra i progetti che hanno affrontato le pratiche di agricoltura rigenerativa e sviluppato strumenti in grado di valutare, calcolare e certificare i crediti da esse prodotti, il progetto Life Viticase è dedicato specificamente alla viticoltura. Il progetto si è concentrato negli scorsi anni a valutare una serie di buone pratiche, applicate e testate dalle aziende partner Agricola San Felice, Castello d’Albola e tenimenti Ruffino, nei loro vigneti della Toscana e del Veneto e a sviluppare un metodo di calcolo per la misura e la contabilizzazione del carbonio stoccato nei suoli. Ne sono usciti due manuali e un applicativo, ancora inversione beta ma che sarà presto operativo e integrabile con altri sistemi di raccolta e registrazione delle informazioni presenti nelle azienda come il Quaderno di Campagna.
Come si misurano e come si scambiano i crediti
In occasione dell’evento “Coltivare il futuro del vigneto: viticoltura rigenerativa, carbon credits e opportunità per le aziende – LIFE VitiCaSe” organizzato dall’Unione Provinciale Agricoltori di Siena insieme a ImageLine al Santa Chiara Lab di Siena il 27 febbraio scorso abbiamo avuto occasione di farci un’idea più precisa di come si misurano e come si scambiano i crediti di carbonio.
“Le norme su come quantificare e certificare i crediti di carbonio in agricoltura e nel settore forestale sono sempre più chiare” ha spiegato Irene Criscuoli del Centro di Ricerca Politica e Bioeconomia del CREA “Esistono già un metodo e un registro per i crediti del settore forestale e il CREA sta lavorando per la definizione di quelli del settore agricolo per il quale usciranno a breve i decreti del MASAF e del Ministero dell’ambiente. Le aziende avranno quindi un quadro più chiaro nel quale muoversi e possono cominciare a sviluppare dei progetti, applicare soluzioni e pratiche adatte allo stoccaggio di carbonio nei suoli per maturare dei crediti di carbonio che potranno remunerare gli agricoltori per le loro azioni sostenibili”.
Il mercato volontario dei crediti esiste già, ma le aziende si trovano spesso di fronte a una vera e propria giungla di schemi di certificazione diversi e non tutti affidabili, basati su metodi e standard anch’essi diversi utilizzati per quantificare e certificare gli stock di carbonio. Con il risultato che anche i prezzi dei Crediti di Carbonio, corrispondenti ognuno a una tonnellata di CO2equivalente stoccata, si presentano con una forbice molto ampia.
È per questo che la Commissione Europea ha emesso il Regolamento UE 2024/3012 che aveva lo scopo non solo di creare un mercato unico dei Crediti di Carbonio basato sull’istituzione di un registro pubblico, oltre che di armonizzare i metodi di quantificazione e di certificazione. Al momento è stato pubblicato un primo regolamento di esecuzione relativo alle norme e all’accreditamento degli organismi di certificazione, una metodologia di calcolo dei crediti per il settore agricolo è prevista per il mese di giugno, mentre per avere un registro europeo dei crediti occorrerà aspettare fino al 2028.
Intanto a livello nazionale e per quanto riguarda progetti e crediti scambiati in Italia sono stati emessi nell’ordine un Decreto Legge (DL 13 del 24 febbraio 2023) e un più recente Decreto interministeriale (Masaf e Mase) del 15 ottobre 2025 “Adozione delle linee guida volte a individuare i criteri per l’attuazione del registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agricolo e forestale nazionale – Sezione forestale”. Al Registro Nazionale per il settore forestale, già effettivo dal novembre scorso, seguirà nei prossimi mesi un ulteriore decreto per l’istituzione del registro per i crediti nazionali agricoli.
Sarà il CREA a gestire i registri che essendo allineati con le norme previste a livello europeo confluiranno poi nei registri europei nel 2028.
Quello che avviene per i gestori forestali che desiderino entrare nel mercato dei crediti volontari e che in futuro potrà avvenire anche per le aziende agricole lo ha spiegato sempre Criscuoli: “Gli operatori, del settore forestale e in futuro anche dell’agricoltura, dovranno redigere un progetto di carbon farming e applicarlo. Questo dovrà essere approvato da un ente di certificatore e una volta certificato arriverà al CREA che verificherà che sia conforme alle linee guida nazionali e pubblicherà i crediti di carbonio sul registro pubblico, dal quale arriveranno sul mercato. Una volta che i crediti di carbonio sono venduti saranno ritirati dal registro nazionale, in modo da evitare che uno stesso credito possa essere venduto più volte”.
Per essere conformi e certificabili i progetti devono contenere pratiche che permettano lo stoccaggio della CO2 nei suol o nelle biomasse come nel caso dell’agroforestazione o che evitino l’emissione di N2O in atmosfera, dimostrare l’incremento dello stock e il miglioramento rispetto a una situazione ex ante (addizionalità) e garantire la permanenza nel tempo dello stock stesso. Un impegno di monitoraggio che non è necessariamente semplice e che comporterà per le aziende dei costi di consulenza tecnica e di certificazione. “Quello che viene fuori” ha aggiunto la ricercatrice del CREA “è che probabilmente l’aggregazione di più aziende è una delle soluzioni per andare a ridurre i costi di progettazione e certificazione. In ambito forestale stimiamo che la minima superficie per rendere economicamente sostenibile un progetto è di 50 ettari”
E forse anche in ambito agricolo e viticolo, per le aziende meno strutturate, per dei distretti sufficientemente uniformi o grazie all’azione delle strutture consortili, questa potrebbe essere una soluzione percorribile.
Una spiegazione interessante di cosa sono i crediti di carbonio la trovi qui: https://www.youtube.com/watch?v=EqittdhJlXU
L’incontro del 27 febbraio scorso è pubblicato sui canali di Confagricoltura Siena
https://www.facebook.com/confagrisiena/videos/1431998838363010
Su Millevigne abbiamo già parlato delle tecniche di Carbon farming e del progetto Viticase:
https://www.millevigne.it/carbon-farming-un-progetto-europeo/
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