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Marzo 2026

È morto Michel Rolland

L’enologo francese di fama mondiale si è spento a Bordeaux sabato scorso. Il ricordo in un’intervista di alcuni anni fa

È morto Michel Rolland

di Alessandra Biondi Bartolini

Un enologo, il professionista che supporta le aziende nella produzione dei loro vini pochi fronzoli, poca filosofia, poco spazio al romanticismo, solo un concentrato di pragmatismo e attenzione ai particolari, conditi da una buona dose di ironia: questo era Michel Rolland, scomparso sabato scorso a Bordeaux all’età di 78 anni, dopo essere stato uno dei più importanti e influenti “flying winemakers” a livello mondiale.

“Pragmatico è l’aggettivo che più lo descrive, per Rolland wine is business , fare il consulente è un lavoro e la terra va rispettata perché senza di essa un enologo sarebbe come un poeta senza la sua penna”, scrivevo nel 2017 in apertura dell’intervista, pubblicata nel 2017 su VVQ, che ebbi occasione di fargli durante un incontro organizzato nell’azienda Monteverro in Maremma.

Le critiche e l’elevazione a “guru della globalizzazione” del vino seguite soprattutto alla sua comparsa in Mondvino di Jonathan Nossiter, non lo preoccupavano e quasi lo divertivano (anzi sosteneva dopotutto che gli avessero portato fortuna), come anche sorrideva divertito (o sornione) di fronte ai giornalisti “fans” che chiedevano una foto con lui.

Dotato di una grande attenzione all’innovazione e le tecnologie come strumenti di miglioramento e controllo di processi e prodotti, Michel Rolland aveva fondato a Bordeaux il suo laboratorio di analisi che nel 2020 era diventato Rolland & Associes, con l’ingresso nella società dei suoi collaboratori.

“Il nostro target è migliorare il prodotto. Possiamo dire che se oggi i vini in tutto il mondo sono così buoni è perché nell’enologia moderna negli ultimi 30 anni si sono imparate e scoperte un sacco di cose. E dobbiamo seguire tutte le nuove tecnologie anche se poi non le utilizziamo” diceva.

E, a differenza di quanto si potrebbe pensare per colui che si spostava in tutto il mondo tra paesi, territori e cantine diversi, non c’era nessuna ricetta: “Per un consulente la “ricetta” è sempre negativa. Ovunque si vada il suolo, il clima e le varietà cambiano tutti i metodi di produzione che si vanno ad applicare. In ogni caso, se i vitigni autoctoni producono vini buoni la prima scelta ricadrà su questi, ma se il vino, come spesso accade, non è sufficientemente buono puntare su di essi sarebbe un errore. Il marketing da solo non ha mai dato un buon prodotto. I lieviti, il legno, il cemento o l’acciaio non cambiano un prodotto, ma aiutano a fare il vino che il mercato si aspetta e che è pronto a pagare. Dobbiamo ricordare che il vino è un business.”

Pragmatico, quasi machiavelliano, lui era lì per fare prodotti buoni e blend di una precisione millimetrica e per creare eccellenza (e successo) per le aziende che lo sceglievano da Bordeaux, all’Italia, fino al Sud America o all’India.

Michel Rolland ha sicuramente segnato un’epoca nella quale il consulente poteva cambiare le sorti di un’azienda e per la quale qualcuno parla di eccesso di interventismo sui vini, eppure il suo lascito – utile anche oggi o soprattutto oggi – può essere proprio quel pragmatismo in giacca e cravatta ma con le maniche della camicia rimboccate, che ci ricorda che in effetti, sotto i tanti strati di poesia, cultura o tradizione, “il vino è un business”.

Adieu, Monsieur Rolland

i virgolettati sono tratti dall’articolo “Michel Rolland: elogio del pragmatismo che crea l’eccellenza” di Alessandra Biondi Bartolini, pubblicato su VVQ numero 7 del 2017

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