Agosto 2024

Guarda, sembra un giardino

Il libro di Piero Bussi che descrive Calosso e la sua vocazione vitivinicola

Guarda, sembra un giardino

di Cinzia Montagna

“Bejca u smia in giarden”, “Guarda, sembra un giardino” diceva il nonno Agostino al nipotino Piero “e lo diceva con un sorriso misto di orgoglio e compiacimento”. Il giardino erano e sono le colline di vigneti di Calosso, in provincia di Asti, a 15 chilometri da Nizza Monferrato.

L’allora nipotino in ascolto e in ammirazione è Piero Bussi, vitivinicoltore a Calosso e autore del libro che s’intitola come la frase pronunciata da nonno Agostino, “Guarda, sembra un giardino”, ed. Comune di Calosso, marzo 2024. Piero Bussi, già autore del volume “Gente di Calosso – Dagli albori al ventesimo secolo”, Ed. Minigraf, 2000, ricostruisce nelle 177 pagine della sua nuova pubblicazione l’origine e l’evoluzione del mondo del vino a Calosso, contestualizzandolo con la storia più ampia della vitivinicoltura. Ciò che rende i vigneti di Calosso unici ed esclusivi sono le uve coltivate e i vini prodotti, ma anche conformazione del territorio e sua orogenesi, consuetudini, luoghi, strade, modi di dire, società. Nella lettura del libro si arriva dopo molte pagine al riferimento per il quale Calosso è noto nel mondo enologico, il Calosso Doc, riconosciuto come Denominazione di Origine Controllata nel 2011, prodotto nei territori di Calosso, Costigliole d’Asti e Castagnole delle Lanze dal vitigno autoctono a bacca nera Gamba Rossa (Imperatrice dalla Gamba Rossa), detta anche in loco Gamba di Pernice. Prima di quel riferimento, Bussi descrive l’origine geologica dei territori del vino piemontesi, soffermandosi sulla formazione del “tufo” (marne o argille calcarifere), del gesso e delle sorgenti di acqua salmastra, con focus su Calosso.

Analizzando documenti relativi alla tassazione nella storia e, soprattutto, il catasto di Calosso del 1758, l’autore si sofferma a descrivere la situazione produttiva ed economica della seconda metà del ‘700 nella località astigiana. Si tratta di una descrizione importante poiché precedente le radicali trasformazioni provocate da meccanizzazione e diffusione di crittogame in ambito vitivinicolo. Scrive Bussi a proposito dei dati catastali settecenteschi (p. 35): “ A quell’epoca qual era la percentuale rispetto alle altre coltivazioni? Non dimentichiamo che, anche se il vino era un bene prezioso, la gente mangiava pane e polenta, per la quale servivano grano e meliga ed in conseguenza i campi, con la relativa forza motrice data dagli animali […]. Per mantenere gli animali erano però necessari i prati, per avere i tessuti era necessaria la canapa ed i boschi erano essenziali per il legname, da lavoro e da riscaldamento, i salici per la conduzione dei vigneti e per la produzione con i vimini di tutti i prodotti come ceste, cestoni, ecc. Non potevano inoltre mancare gli orti per gli ortaggi e i gerbidi per i pascoli degli ovini […]. A questo lungo elenco di colture […] ne manca una molto importante: il morone o gelso (in dialetto mù). Questa pianta era indispensabile per poter allevare il baco da seta”.

I vigneti risultavano comunque la coltura più estesa, sommando totalmente a 1683,61 giornate (per “giornata” si intende un’area di 3800 mq). Il catasto del 1758 è una fonte essenziale anche per l’elenco dei territori vitati, la toponomastica e le indicazioni sui collegamenti stradali allora esistenti. Dalla vasta bibliografia utilizzata dall’autore emergono curiosità e indicazioni di vario tipo. Per esempio, la descrizione che fa del luogo Giovanni Secondo De Canis nella sua opera “Coreografia Astigiana”: “ [Calosso] è edificato sull’apice di un’alta collina ben esposta e assai amena tutta circondata da stupendi vigneti che producono eccellenti vini, tra cui spiccano moscatelli bianchi e passerette; questi vini vi hanno del sulfureo e sono spiritosissimi” (p.89). Riguardo alla Passeretta, Bussi ne indica l’appartenenza alla famiglia del Moscato e la sua graduale  scomparsa.

“Proveniente dalla Grecia, ma commercializzata da Smirne in Turchia come uva passa – scrive Bussi –  era considerata la varietà che dava i vini più dolci e fini” (p.99). Dalla storia al presente, il Calosso Doc. Citato per la prima volta nel 1793 e descritto per la prima volta nel 1862, la sua uva Gamba Rossa per tradizione veniva conservata appesa sino a Natale e quasi sempre soltanto mangiata. Piccole vinificazioni sperimentali iniziarono negli anni ’80 del secolo scorso, sino a giungere al suo poco più che decennale riconoscimento produttivo, un percorso che l’autore descrive nei vari dettagli. E’ un libro, questo di Bussi, particolare: è uno strumento di consapevolezza per gli abitanti di Calosso e del loro “dove vivo”, ma anche una ricostruzione esemplare per chi di Calosso non è e vuole conoscere, oltre al vino, la sua identità antropologica. E’ proprio un bel giardino, aveva ragione nonno Agostino, questo paesaggio di borgo e vigneti, strade antiche, case di pietra e paesaggi percorsi un tempo da mercanti avventurosi. E se l’immagine del nonno e del nipotino evoca la canzone “Il vecchio e il bambino” di Francesco Guccini, si tratta di un collegamento fugace: qui non c’è nulla da rimpiangere e sognare, il giardino c’è ancora. E non è una favola quella raccontata da Bussi.