di Alessandra Biondi Bartolini
Secondo ISTAT le aree interne e quelle dei centri maggiori (i cosiddetti poli) del nostro paese sono definite in funzione della distanza che separa i cittadini dall’accesso ai servizi essenziali (le scuole, gli ospedali, i trasporti).
I Comuni delle aree interne in Italia sono quasi la metà del totale; di questi il 79% si trova in zone rurali e circa il 48,9% in montagna. In Toscana i comuni delle aree interne sono il 60% e molti di questi si trovano sull’Appennino, la spina dorsale fragile e talvolta dimenticata del nostro paese. Con l’aumentare della distanza dai servizi, nelle aree interne diventa sempre più difficile vivere o avere delle attività e così negli ultimi decenni le aree interne italiane si sono spopolate e sono diventate “sempre più interne”: i giovani le hanno abbandonate, le persone che le abitano sono progressivamente invecchiate, le scuole, gli ambulatori, i negozi, le aziende sono stati chiusi.
Le attività che un tempo animavano le regioni appenniniche sono progressivamente diminuite e anche i campi coltivati hanno lasciato spazio al bosco in alto e nelle zone più difficili, e al cemento nelle valli.
Aprire nuove attività, realizzare idee, attrarre turisti, proporre i propri prodotti e anche fare agricoltura, nelle regioni appenniniche rappresenta spesso un atto di resistenza.
È per questo che tredici anni fa quando un gruppo di piccoli vignaioli toscani provenienti da cinque valli appenniniche si incontrarono con l’obiettivo di condividere le loro esperienze e fondarono l’Associazione dei Vignaioli di Pinot nero dell’Appennino toscano, qualcuno li definì dei pazzi, o meglio “i matti del Pinot nero”.
La scelta del Pinot nero all’inizio degli anni 2000 ha fatto da collante, ed è stata dettata dal clima più adatto questa varietà, più fresco nelle valli appenniniche rispetto a quello delle zone viticole più tradizionali della regione.
Qualcuno richiama a delle similitudini con la Borgogna, ma sono in realtà troppe le variabili per le quali l’accostamento con la regione francese non è realistico e nemmeno utile: diversi i terreni, le esposizioni, le altitudini e soprattutto l’esperienza dei viticoltori, che spesso sono produttori di primo insediamento.
Come non è possibile, e non è del resto tra gli obiettivi dei produttori dell’Appennino, individuare un fil rouge nello stile e nelle caratteristiche dei vini presentati il 13 gennaio scorso nella manifestazione Eccopinò tenutosi nello Spazio Brizzolari di Scarperia, in Mugello.
I Pinot nero dell’Appennino toscano non sono pensati sul modello francese ma stanno negli anni costruendo il proprio, o meglio i propri e diversi modelli viticoli, adatti ad ambienti anch’essi molto diversi.
La viticoltura eroica e terrazzata della Garfagnana e della Lunigiana, incuneate tra la dorsale appenninica e le Alpi Apuane, fatta su piccoli appezzamenti spesso strappati al bosco, non ha molto in comune con le colline verdi e dolci del Mugello, confinanti con le denominazioni dell’area fiorentina come il Chianti Rufina e sempre più interessanti per i produttori toscani in cerca di zone più fresche e alte.
I produttori dell’Appennino non sono un Consorzio o una denominazione e non hanno un disciplinare ma un manifesto di valori condivisi: la qualità del Pinot nero e quella dei rapporti umani, la coesione, il rispetto del territorio e la valorizzazione delle valli dell’Appennino toscano.
“Nelle nostre valli – Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Casentino, Valtiberina – che dal confine con la Liguria si susseguono fino ai limiti dell’Umbria – il vino ha fatto parte di un’agricoltura marginale, di sussistenza e tradizione, raramente di cospicui investimenti e pianificazioni. In questo quarto di secolo forse qualcosa è cambiato. Dopo i primi esperimenti, la coltivazione del Pinot Nero è diventata una possibilità d’impresa e di occupazione, tanto che sono nate nuove aziende e alcune già esistenti hanno esteso a questo vitigno la propria attività”, commenta Cipriano Barsanti, presidente dell’Associazione.
Quando le “terre alte” non erano una necessità né una moda
I primi dodici produttori che scelsero di coltivare il vigneto in aree dove la viticoltura era da sempre stata marginale, lo fecero in un periodo in cui fare viticoltura in montagna non rappresentava una misura di adattamento alla crisi climatica e anche solo immaginare che dalle denominazioni toscane ci sarebbe stata una “corsa alle terre alte” era qualcosa di impensabile.
Oggi le condizioni sono cambiate, in meglio sotto certi aspetti, in peggio per altri.
Le condizioni di maturazione sono raggiunte più facilmente che in passato anche nelle zone più alte e piovose, ma sui versanti più esposti i grappoli sono più soggetti alle scottature e alla ripresa vegetativa la precocità del Pinot nero aumenta il rischio delle gelate tardive.
In queste zone di “nuova viticoltura” anche individuare il modello viticolo più adatto può richiedere tempo “Abbiamo iniziato da poco e mettere a punto le cose richiederà almeno una generazione di viticoltori” ha spiegato l’agronomo Michele Lorenzetti dell’azienda Terre di Giotto, “certo che se le cose cambiano velocemente si rallenta anche la capacità di comprensione”.
E la crisi climatica non procede con lentezza, nemmeno in montagna.
Certo la soluzione è da ricercare nella continua sperimentazione, come quella di Paolo Cerrini, che nella sua azienda Il Rio a Vicchio di Mugello, ha studiato una forma di allevamento a doppia parete, da lui battezzata la “biforca mugellana”, o come l’alberello areato, utilizzato dalla fattoria di Cortevecchia per produrre un Pinot nero destinato alla spumantizzazione, il primo metodo classico mugellano.
Con la “risalita” di quota della viticoltura, molti nuovi produttori stanno per entrare nell’associazione e sono già 28 le nuove piccole aziende che hanno piantato Pinot nero e che porteranno la superficie totale dagli attuali 14 a superare i 50 ettari, la maggior parte dei quali in Mugello e in Casentino.
L’incremento delle superfici potrà portare forse nuove opportunità, nuovi servizi, professionalità e rapporti di filiera con i fornitori e con il mercato locale. Una rete, o un indotto, che permette alle persone di restare e svolgere al meglio e con costi sostenibili le loro attività in quanto, come ha affermato dialogando con i produttori Fabio Pracchia “ripensando l’Appennino, nel riportare l’agricoltura al centro, la viticoltura rappresenta un avamposto economico, in grado di aprire nuovi scenari”.
C’è una domanda infine che resta in sospeso e alla quale spero che i dodici pionieri toscani possano rispondere. Perché se la montagna è difficile, il Pinot nero non è da meno. Coltivare e vinificare questo vitigno è sempre una sfida anche per i produttori con più esperienza. Negli anni i produttori dell’Appennino l’hanno affrontata, migliorando di anno in anno la qualità e la personalità dei loro vini. Ma oggi? Se si trovassero oggi, con le condizioni climatiche attuali meno proibitive anche per varietà più tardive e meno “complicate”, davvero la loro scelta continuerebbe a cadere sul Pinot nero?


