person_outline
search

Rame o non rame

Il principale punto debole del biologico in viticoltura è superabile?

Con questo articolo apro un capitolo molto ampio e ancora ricco di incertezze, in particolare per quanto riguarda i prodotti “alternativi”, argomento che ho soltanto sfiorato. Intendo così stimolare una discussione e invitare tecnici, agricoltori, e anche fornitori della filiera a portare loro contributi. 

Per questo motivo questo articolo, da Millevigne 2/2018, è pubblicato qui, in chiaro e commentabile.

“Candidato alla sostituzione”

Il rame resta ad oggi una sostanza difficilmente sostituibile per la lotta alla peronospora per le aziende in biologico, e trova tuttora largo impiego anche nella difesa cosiddetta convenzionale, soprattutto per i trattamenti di post-fioritura. I critici del metodo biologico usano spesso l’argomento del rame, metallo pesante che permane inalterato nell’ambiente ed è tossico per diversi microrganismi del suolo e per i lombrichi, per sostenere che la semplificazione agricoltura biologica=agricoltura pulita è falsa. In verità tutte le semplificazioni si prestano a critiche, ma per contro gli sforzi che il mondo del biologico sta facendo per ridurre o addirittura abolire il rame vanno riconosciuti. Oggi la legge fissa il limite di 6 Kg per ettaro e per anno di rame metallo, non solo per il biologico ma anche per la difesa integrata volontaria, mentre il protocollo Demeter (principale sigla della biodinamica) fissa un limite di 3 Kg. L’Unione Europea ha inserito il rame nella lista nera dei prodotti “candidati alla sostituzione” e la sua autorizzazione scade nel 2019. E' data per certa una proroga, probabilmente di 5 anni, ma la proposta che circola è quella di una riduzione a 4 Kg/ha e per anno, il che ha messo in grave allarme i produttori europei e in particolare chi opera in regime biologico. Dall'Italia la FIVI ha preso per prima una posizione contraria.
Il rame non presenta rischi sanitari per il consumo umano ai livelli in cui si può di norma ritrovare nel vino o in altri alimenti, è anzi un elemento che in minime dosi è indispensabile all’organismo. Neanche per l’operatore è un prodotto particolarmente a rischio per contatto (ma più “cattivo” se inalato, per cui la distribuzione polverulenta che se ne fa a volte in miscela con lo zolfo non è in realtà consigliabile). Elemento indispensabile per l’uomo ma anche per le piante, come classico “microelemento”, catalizzatore di reazioni di ossidoriduzione e componente di enzimi, e che svolge un’azione sinergica nell’assorbimento del ferro. Il punto è quindi la sua dispersione in eccesso nel suolo e nelle acque.

Il paradosso di una legge che impone un massimo, ma anche un minimo…

Torno su un argomento scivoloso, di cui ho scritto due anni fa su Slowine: ma se vogliamo davvero abbassare l’impatto del rame (e non solo del rame ma di tutti i prodotti) non possiamo farne a meno. L’etichetta ufficiale dei presidi fitosanitari fissa una dose minima e una massima, per ettolitro e per ettaro, per coltura e per avversità, di qualunque “pesticida”: è pessimo italiano, ma è un termine ufficiale, e vale anche per il rame, per cui chi dice o scrive che “fa biologico e non usa pesticidi” dice una cosa inesatta e fuorviante. Sotto la dose minima non si deve scendere perché non sarebbe garantita l’efficacia del prodotto. Sembra logico, no? Invece no, non lo è per nulla.  Perché l’efficacia della protezione non è data da una dose per ettaro, come se distribuissimo un diserbante in pre-emergenza sul terreno, ma dal deposito per metro quadro di foglie. E allora:
1. Non tutti i vigneti hanno lo stesso sviluppo di chioma per unità di superficie. Dipende dalla forma di allevamento, dalla densità di impianto e dal vigore delle piante, quindi dal numero di strati fogliari.
2. Diversi studi attestano che in presenza di una pressione non eccessiva della malattia i dosaggi di rame possono essere ridotti senza perdita di efficacia. Di tutti questi studi vogliamo fare un falò?
3. Se faccio il primo trattamento quando ogni germoglio ha mediamente quattro foglie distese, dovrei usare la stessa dose in piena vegetazione? E’ vero che esiste un massimo e un minimo, ma la differenza è di solito di un 30%, mentre la differenza tra i due casi che ho citato a livello di superficie fogliare è di 10 volte o più.
3. Non tutti mezzi di distribuzione hanno lo stesso grado di efficienza in relazione al tipo di impianto. In particolare gli atomizzatori a tunnel che recuperano la miscela consentono di risparmiare, nei primi trattamenti (tornando all’esempio di prima, 4 foglie distese), il 70% del prodotto, cioè solo il 30% di miscela va sulle foglie. Se divido 10 (multiplo ipotetico della superficie fogliare tra quattro foglie e piena vegetazione) per 0,3 ottengo un numero che fa paura: 30. Cioè: se applico una dose per ettaro 30 volte inferiore a quella indicata in etichetta per un trattamento a tutta chioma ottengo lo stesso deposito di prodotto per centimetro quadro di foglie di un trattamento a tutta chioma, mentre con un atomizzatore normale sarei comunque a un decimo.
Però se scrivo sul quaderno di campagna una dose inferiore a quella in etichetta posso passare dei guai. Questo non ha alcun senso, e va contro ogni logica di sostenibilità. Per risolvere il problema molte aziende registrano il trattamento solo su una parte della superficie. Così “le carte appattano”, come dicono i miei amici siciliani…

E’ vero che per alcuni prodotti sito-specifici (sistemici o meno) il sottodosaggio aumenta il rischio di creare ceppi resistenti. Ma a parte il fatto che anche il concetto di sottodosaggio va sempre rapportato a una superficie bersaglio, questo concetto non può comunque valere per prodotti di contatto multisito come il rame, che non protegge le vegetazione che si sviluppa in seguito al trattamento. La regola è quindi: tanti centimetri quadrati, tanti ml di principio attivo. E’ geometria elementare, ma pare che il concetto non faccia breccia a livello ministeriale, dove la materia è di competenza di ben tre ministeri, politiche agricole, salute e ambiente. Toc toc: c’è nessuno in quelle stanze?

Diverse testimonianze di aziende che operano in biologico, e lavori sperimentali, suggeriscono dosaggi di rame efficaci (purché ben distribuiti, nel momento giusto, con una pressione “normale” della malattia) dai 200 ai 500 grammi per ettaro di rame metallo per trattamento. Ma, stando alle etichette, almeno quelli minimi, e non solo, sono sottodosaggi. D’altra parte in molte annate nel Nord Italia sarebbe difficile rispettare il limite di 3kg/ha anno, quello delle aziende biodinamiche, con dosaggi superiori.

I “concimi” con il rame dentro

Oltre alle tradizionali sali di rame cioè da solfato, da ossicloruro, da idrossido, da ossido rameoso (che si avvantaggiano di formulazioni sempre più avanzate, che giocano sulla dimensione delle particelle e sul concorso di adesivanti per aumentarne l’efficacia e la resistenza al dilavamento), sono oggi sul mercato formulazioni come peptidato di rame e gluconato di rame, che promettono pari efficacia con dosaggi più bassi di rame metallo. Il concetto è che i coformulanti, proteici nel primo caso, polisaccaridi nel secondo, dovrebbero consentire al rame di essere più attivo attraverso una parziale traslocazione all’interno dei tessuti, svolgendo quindi una parziale funzione di “rame metabolico”. Un’obiezione è che, se il rame superasse davvero la barriera della parete cellulare, risulterebbe tossico per le cellule… in effetti qualche limitato problema di fitotossicità con il peptidato di rame è stato verificato, ma con questo l’argomento non è certo esaurito e se ne continua a discutere. E’ però provata, secondo molti utilizzatori, una concreta attività di protezione a dosaggi ridotti di metallo. Oltre ai due casi citati ci sono molti prodotti in cui il rame è associato, in piccole dosi, a molecole organiche di vario genere con funzione di fortificanti o stimolatori di difese naturali o di esaltatori di efficacia del rame.

Il problema principale sull’utilizzo di questi formulati è che sono per lo più registrati come fortificanti, quindi nella categoria fertilizzanti e non come agrofarmaci, quindi non sono soggetti ai relativi, corposi dossier di autorizzazione. Per questo, secondo una recente circolare ministeriale, il loro impiego dovrebbe essere giustificato solo in caso di accertata e certificata carenza dell’elemento rame. I presupposti teorici di questa circolare di fatto si scontrano con i suoi effetti pratici: invece di razionalizzare l’uso del rame, riducendone l’accumulo nell’ambiente, si rischia di produrre l’effetto esattamente opposto. Se da un lato è corretto conteggiare questo rame nel computo totale per ettaro e per anno, dall’altro il fatto che svolga una funzione di difesa non esplicitamente dichiarata è un’ovvietà sulla quale era forse meglio continuare a chiudere un occhio, proprio in funzione dell’obiettivo della riduzione del rame che questi prodotti consentono. Opinione personale.

Alternative “bio” al rame

Diversi preparati, di origine minerale (zeoliti, bentonite) vegetale (estratti di alghe brune, propoli, aloe, oli terpenici e altro), animale (chitosani) e microbiologica (consorzi microbiologici) o loro miscele vengono proposti come prodotti biostimolanti efficaci nello stimolare le difese naturali della pianta, spesso abbinate a bassi dosaggi di rame (nel caso di co-formulazioni, attenzione alla famosa circolare…). Non solo le aziende produttrici ma anche centri di saggio e istituti di ricerca comunicano risultati interessanti, anche se a volte contraddittori e con differenze tra i vari prodotti. Al momento credo di poter dire che non siamo ancora alla sostituzione, ma all’integrazione, con riduzione, anche notevole, dei dosaggi di rame.

In conclusione penso che il punto per chi sceglie la via del biologico non sia semplicemente quello di usare un prodotto o un altro: si tratta di fare un salto qualitativo ed entrare in una visione “olistica” che va oltre il concetto di difesa propriamente intesa per mettere la pianta nelle condizioni di reagire meglio agli attacchi esterni, migliorandone l’equilibrio interno, e vedendo quindi la pianta anche dalla parte della radice. Migliorare il ciclo della sostanza organica e la vitalità dei suoli, evitare gli eccessi di vigore, favorire l’arieggiamento della chioma. Condizioni utili per favorire, insieme all’eventuale azione dei biostimolanti, l’espressione dei geni di resistenza, che in realtà esistono anche nella vite europea, ma non sono abbastanza potenti e rapidi nella loro azione rispetto al parassita.
Nel frattempo la ricerca sulle alternative al rame continua.

BIBLIOGRAFIA

Morando, F. Sozzani, G. Moiraghi: Rameici a dosaggio ridotto contro la peronospora della vite, 2005, L’Informatore Agrario 13/2005, 67-70

Romanazzi et al. Atti del convegno "DOSI RIDOTTE DI RAME E PRODOTTI ALTERNATIVI PER LA DIFESA ANTIPERONOSPORICA”, Ancona, 26 febbraio 2010, Petria, vol  20(1), 2019, 1-72

Cravero S., Ferrari D., Crovella P., BassignanaE. (2004) - Confronto tra diversi fungicidi rameici impiegati a basso dosaggio contro Plasmopara viticola con lo scopo di ridurre l’apporto di rame in viticoltura biologica. Atti Giornate Fitopatologiche, 2: 171-176.

Egger E., D’Arcangelo M.E.M. (2004) - Strategie di difesa antiperonosporica per una riduzione degli apporti di rame nel vigneto. Atti Giornate Fitopatologiche, 2: 177-184.

Mescalchin E., Pertot I. (2003) - La riduzione del rame in viticoltura biologica. Bioagricoltura, 81: 27-29.

Scannavini M., Spada G., Mazzini F., Bortolotti P. (2003) - Efficacia antiperonosporica di vari composti rameici a basse dosi e aspetti qualitativi delle uve. Informatore Fitopatologico, 59 (15): 69-72.

Mosetti, C. Carlos, L. Bigot, G. Bigot.; M. Stecchina, L. Marizza, M. Pinat, P. Silviotti: Strategie alternative di difesa contro Peronospora della vite tramite riduzione delle quantità di rame e l’utilizzo di prodotti alternativi. Marzo 2016, Atti Giornate Fitopatologiche 2016, Chianciano Terme, Volume: II

Kullaj, Shpend Shahini, S. Varaku, Majlinda Cakalli, Evaluation of the efficacy for reducing copper use against downy mildew control in organic Mediterranean viticulture, July 2016, International Journal of Pest Management 63(1):1-7

Commenti  

0 #7 Andres 2018-06-25 07:42
Buongiorno,

Riguardo ai dosaggi di rame utilizati in vigna sono completamente d'accordo con Maurizio, i dosaggi trovati in etichetta dei comuni prodotti fitofarmaci a base di rame possono essere abbassati, visto che l'importante è quanta sostanza attiva abbiamo per cm2 di superficie fogliare. Qui possiamo chiaramente giocare con la quantità di acqua utilizata ad ettaro per coprire bene la vegetazione, i.e., la verifica del correto modo di trattare, la qualità e quantità di gocce sulle foglie è molto importante. Ad Esempio: se uso un'attomizatore a volume normale, circa 1000l/ha ed uno con ugelli a "basso volume", circa 500l/ha, usando la stessa concentrazione di prodotto attivo con l'attomizatore "a basso volume" riesco ad utilizare la mettà del prodotto, sfruttando della stessa concentrazione di sost.attiva per cm2 di foglia, sempre che le qualtità e qualità delle goccie sono adequate. Che ne pensate?
grazie
0 #6 Massimo 2018-06-19 07:14
Vigna Tech propone zeolite chabasite in diverse regioni d'Italia con grandi risultati, oltre l'abbattimento dal 30 al 50% di chimica, i risultati in viticoltura e frutticoltura sono sorprendenti soprattutto sulla drastica diminuzione delle malattie.
0 #5 Francesco Iacono 2018-05-31 10:21
Esperienza “Gruppozero”, utilizzo di consorzi microbiologici.
Siamo partiti dall’esperienza di micorrizzazione degli apparati radicali in vigna, in fase di impianto e/o su vigneti adulti. Nel tempo abbiamo messo a punto la forma fisica del prodotto (granulare), la composizione (micorrize ma anche altri microrganismi naturalmente presenti nel suolo e tipici di terreni vergini), le modalità di spargimento (inzaffardatura delle barbatelle, distribuzione nei solchi di trapianto, incisione del terreno nelle zone limitrofe agli apparati radicali sviluppati ed inoculo contemporaneo). I dati raccolti sugli apparati radicali hanno dimostrato che il consorzio microbiologico si insedia ed in particolare le micorrize così distribuite riescono a creare colonie anche per il 70%. Questo dato tende a ridursi al 40% nell’arco di 3-4 anni nei terreni vitati coltivati. Ciò ci ha spinto a introdurre la tecnica del “richiamo” e cioè della distribuzione annuale del consorzio: abbiamo sperimentato che il sistema più efficace è la distribuzione autunnale contemporanea alla semina dei miscugli destinati a sovescio a filari alterni. Questi risultati sono il frutto di sperimentazioni eseguite da diversi vignaioli che da una decina di anni hanno deciso di condividere esperienze e risultati entrando a far parte di una rete di interesse che si è chiamata GRUPPOZERO (da “zero pesticidi” o “zero rame e zolfo” che rappresenta l’obiettivo finale).

Protocollo attuale
La distribuzione sul terreno ed i relativi risultati hanno creato i presupposti per passare ad una nuova fase ancora più innovativa e visionaria che consiste nella distribuzione, durante il periodo vegetativo, di consorzi microbiologici (BIOTA) sulle foglie. L’idea è stata quella di creare una nicchia ecologica sulle foglie e al contempo di indurre fenomeni di immuno-resistenza: provocare, prima delle infezioni dei più pericolosi patogeni fungini della vite, la produzione di sostanze chimiche di difesa da parte delle piante. Uno studio pluriennale condotto in collaborazione con il CNR di Pisa, coordinato dal prof. Vincenzo Longo, ha dimostrato che le foglie e le uve dei vigneti trattati con micorrizzazione dei suoli e distribuzione di BIOTA sugli apparati vegetativi, sono più ricchi di sostanze polifenoliche a forte potere antiossidante (varietà rosse anche 40% in più rispetto a vigneti convenzionali, varietà bianche intorno al 20-25%). Sulla base di questi dati oggi abbiamo messo a punto un protocollo di gestione annuale che prevede: distribuzione di micorrize in autunno unitamente alla semina di miscugli da sovescio; Distribuzione di BIOTA a frequenza settimanale durante il periodo vegetativo; abbinamento, durante i periodi a maggiore rischio di infezione, di prodotti a base di zolfo e rame a bassissime dosi (10-20% di quanto suggerito dalle case produttrici).

Sintesi di alcuni risultati
I vigneti gestiti con il protocollo GRUPPOZERO, anno dopo anno, dimostrano: di non avere bisogno di fertilizzazione/concimazione. La combinazione di sovescio a base di miscugli con presenza di almeno il 50-70% di leguminose (in funzione della tipologia di ecosistema) e di “richiamo” di micorrizzazione ripetuti annualmente anche a file alterne si sta rivelando sufficiente per garantire buone performance produttive in accordo con i disciplinari più restrittivi (80-100 Qli/ha); di essere in grado di superare periodi anche prolungati di carenza idrica. Gli anni 2015, 2016 e 2017 sono stati un banco di prova molto probanti. La produzione di uva ad ettaro, nei vigneti della maremma livornese ad esempio, è stata comparabile con quella di vigneti convenzionali anch’essi non irrigui; di avere una capacità di crescita vegetativa concentrata nei primi 2 mesi della stagione. Questo è particolarmente favorevole in ambienti caldo aridi nei quali da giugno in poi le condizioni climatiche diventano limitanti lo sviluppo dei germogli; di avere una vendemmia molto regolare con maturazione dei vinaccioli posticipata. Le viti condotte con il protocollo del GRUPPOZERO soffrono senza dubbio meno di quelli convenzionali lo stress idrico (i dati di potenziale xilematico delle foglie sono sempre meno negativi nei vigneti GRUPPOZERO vs quelli convenzionali durante tutta la stagione) e quindi ritardano anche di una settimana l’agostamento. La maturazione è posticipata e quindi le uve, sempre in ambienti caldo aridi e siccitosi, possono godere di situazioni climatiche meno critiche; di riuscire a superare infezioni fungine anche senza l’ausilio di rame e zolfo.
Nel 2015, 2016 e 2017, infatti, in ambienti non particolarmente difficili, fino a metà giugno i vigneti non hanno mostrato evidenti patologie. In un’annata come il 2014, invece, già a metà maggio la tecnica del GRUPPOZERO mostra ancora alcuni limiti.
+1 #4 agronominvigna 2018-05-31 10:11
Portiamo la nostra esperienza sull’utilizzo di alcuni induttori di resistenza. L’orizzonte scientifico all’interno del quale si riesce a garantire il buon funzionamento di prodotti commerciali denominati induttori di resistenza è la conoscenza dei geni deputati ai meccanismi di resistenza e delle sostanze in grado di “risvegliarli”.
I prodotti Pur’Avant e Pur’Après del marchio Tailor’d wine Design-Gaiago hanno alle spalle molti anni di studi e ricerche di genomica che hanno permesso di isolare e riunire in una stessa miscela componenti estratti da materie prime naturali (lieviti, alghe ecc.) in grado di agire efficacemente quali elicitori di numerosi geni responsabili dei meccanismi di resistenza dalle piante.
Le esperienze di campo degli ultimi anni hanno mostrato eccellenti livelli di performance, pari ai migliori standard presenti in commercio, oltre ad un’ottima miscibilità con la maggior parte degli agrofarmaci.
Gli induttori di resistenza sono da qualche anno usati in campo in strategia con i fungicidi e finalmente ora sono molto meglio conosciuti rispetto al passato.
È chiaro ormai come il controllo sui patogeni fungini da parte dei meccanismi di resistenza delle piante sia limitato alla riduzione della suscettibilità delle piante ai patogeni. Questo significa che una pianta non resistente a peronospora o oidio come la Vitis vinifera non riesce da sola a contrastare in modo completo gli attacchi fungini. O meglio, ci riesce in parte, restando suscettibile nel migliore dei casi ad un livello mai inferiore al 30% della suscettibilità di base. La pressione del patogeno fa il resto, fino ad annullare gli effetti delle resistenze indotte nelle piante in caso di elevata e persistente pressione della malattia.
In tema di riduzione del rame nella difesa biologica, la nostra esperienza sull’uso di Pur’Avant e Pur’Après abbinati ai più bassi dosaggi da etichetta di vari formulati cuprici ci ha consentito di raggiungere lusinghieri risultati nel controllo della peronospora, a fronte di una sensibile riduzione delle quantità di rame metallo utilizzate durante l’annata se confrontate con quelle utilizzate nella classica strategia di difesa, biologica o integrata che sia.
Risultati simili nei confronti delle quantità di zolfo utilizzate sono stati ottenuti con il Pur’Après nel controllo dell’Oidio.
Il valore aggiunto di questi prodotti, oltre all’effetto di protezione dai patogeni equiparabile a quello ottenuto con una difesa improntata sull’uso di maggiori quantità di rame e zolfo, è riassumibile in termini di piante più performanti e con minori sintomi da stress causati sia dagli effetti fitotossici dei sali di rame e dello zolfo sia dalle condizioni ambientali estive. Questo soprattutto a causa del maggiore spessore che assumono regolarmente le cuticole delle foglie e degli acini.
Le strategie finora adottate hanno visto l’inserimento di Pur’Avant a partire da germogli di almeno 20 cm di lunghezza e di Pur’Après a partire dalla fase di allegagione/accrescimento acini.
Il loro utilizzo in abbinamento ai fungicidi ammessi nella difesa biologica può essere esteso a tutta la stagione vegeto-produttiva oppure concentrato in alcune fasi dell’annata.
Il risultato che abbiamo potuto apprezzare è stato quello relativo al mantenimento della pianta in uno stato di costante allerta verso i patogeni, ottimizzando così l’azione dei fungicidi e riducendone il dosaggio annuo complessivo.

Marco Pierucci e Fabio Burroni
Studio Associato Agronominvigna
0 #3 Saverio Petrilli 2018-05-31 09:05
Bravo Maurizio! Hai inquadrato perfettamente il problema di grande contraddizione delle istituzioni: da una parte l’indice puntato contro il Rame dall’altra colpire chi ne riduce l’uso. Se non fossi così allergico alla dietrologia mi verrebbe da pensare .... Anche perchè le stesse istituzioni non sembrano dar molto peso al rapporto dell’Ispra sullo stato delle acque in Italia, TUTTE cariche di centinaia di molecole, queste si pericolose per la salute dell’uomo, niente Rame!
Faccio analisi di controllo delle quantità di rame nei vigneti e non riscontro problemi di accumulo, salvo vecchie vigne che sono state gestite all’eccesso da quella scuola del blu che conosciamo tutti. In effetti i contenuti in Rame sono leggermente piu’ alti nei vigneti con terreni sub acidi dove non uso il rame rispetto ai terreni calcarei dove tuttora uso il rame (ca 2 kg/ha), il che mi dice che si tratta del contenuto naturale.
Oltre al resto il rinnovo delle autorizzazioni ha dei costi proibitivi cosicchè si rinnovano solo i prodotti che hanno un ampio margine di guadagno per ditte produttrici, piu’ costosi per gli agricoltori e di conseguenza per i consumatori.
Di questo passo la distanza tra le istituzioni e i cittadini, anche nella loro espressione di piccoli imprenditori diventerà incolmabile. Per fortuna sempre piu’ spesso incontro personale delle isituzioni preposte al controllo che si rendono conto del problema e cercano di applicare il buon senso.
0 #2 Marcello 2018-05-30 22:55
Salve,

l'argomento è molto interessante e raramente viene trattato. Secondo me la cosa importante è che il coltivatore sia biologico, non solo la piantaggione. Cambiando approccio, passando da avversario del suolo ad alleato.
Suolo sano significa piante sane, piante sane significa ridurre drasticamente tutte le malattie.
L'uomo dalle piante ha molto da imparare.
0 #1 eros 2018-05-30 12:04
Buon giorno noi come Balco stiamo avendo molti risultati positivi con la Zeolite Chabasite. La usiamo da sola in botte oppure abbinata con il rame, riducendo così del 30/50% il rame. Grazie e buona giornata

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Privacy Policy Cookie Policy
×