Gennaio 2024

La lectio magistralis di Edmondo Bonelli sulle caratteristiche dei terreni delle Terre Alfieri

Per approfondire la conoscenza dei suoli delle Terre Alfieri e delle loro potenzialità, mercoledì 13 dicembre 2023 si è tenuto al Foro Boario di San Damiano d’Asti un seminario informativo – divulgativo organizzato dall’Enoteca Regionale Colline Alfieri

La <em>lectio magistralis</em> di Edmondo Bonelli sulle caratteristiche dei terreni delle Terre Alfieri

di Silvia Gario

 Edmondo Bonelli, enotecnico, dottore in Scienze Naturali, consulente ambientale in agricoltura e grande appassionato di geologia, paleontologia e botanica, ha illustrato, con dovizia di particolari, l’antica storia naturale che ha dato origine al sottosuolo e di conseguenza al suolo delle Colline Alfieri e che ha determinato la conformazione del paesaggio e le caratteristiche dei terreni.

Partendo dall’assioma che per valutare il potenziale e la vocazione di un terreno è necessario prendere in considerazione non solo le peculiarità del terreno, ma anche il clima, il suo racconto è stato non solo un avvincente e puntuale viaggio a ritroso nel tempo e nelle ere geologiche che hanno caratterizzato il “Bacino Terziario Piemontese”, ma altresì una “lectio magistralis” sulla pedogenesi del suolo, cioè sul suo processo di formazione in relazione all’alterazione della roccia sottostante (“substrato pedogenetico”).

Il punto di partenza della narrazione delle Terre Alfieri sono le rocce, “anche se sembra curioso e quasi mai nessun territorio si racconta cominciando così, ma in realtà sono proprio le stesse a determinare quello che si può fare o meno in una determinata zona”, poiché influiscono sulla conformazione del paesaggio, sulle proprietà dei terreni (“il suolo è l’alterazione della roccia”) e sulla capacità di sostenere in un certo modo la vita vegetale ed animale.

 

“Questa è l’occasione per capire qualcosa di più sulle rocce che stanno sotto i nostri piedi” e quindi sulla cosiddetta “roccia madre”, che dona al suolo i suoi componenti minerali e la cui origine è sedimentaria, derivante cioè da una deposizione stratificata di materiale, essendo stata in passato il fondale o di un mare o di un lago o di una laguna.

Nelle Terre Alfieri sono presenti quattro tipologie di rocce: marne (“tov”, antichi fanghi marini compressi dal colore azzurrino per la presenza di minerali ferrosi), sabbie (fini ed impalpabili, fossilifere e calcaree), conglomerati (elementi più grossolani con la presenza di ghiaia) e gessi (presenti in forma di scarpata o costoni).

Sono rocce tenere che a seconda della granulometria (ciottoli, ghiai, conglomerati, sabbia, limo e argilla) possiedono dei componenti di base (quali carbonato di calcio e solfato di calcio).

E qui la narrazione comincia a farsi via via sempre più evocativa delle ere passate: queste rocce di origine marina si sono depositate quando nella zona del Piemonte Centro Meridionale c’era il “Bacino terziario Piemontese”, cioè un braccio di mare che dal Proto-Mediterraneo e Adriatico arrivava fino alle attuali Alpi e Appennini.

Un mare importante caratterizzato da una lunghissima vita di 30 milioni di anni, di cui queste rocce rappresentano l’ultima parte e da una profondità notevole di circa 1000 metri.

Allora succedeva che, dallo scontro della placca europea con quella africana, da una parte emergevano le Alpi e dall’altra le terre sprofondavano permettendo all’acqua di entrare e mantenere il bacino sempre ad una certa profondità: in queste acque la sedimentazione era costante nonostante il continuo cambiamento della forma del bacino e la sua lenta ed inesorabile riduzione fino ad arrivare all’emersione prima dell’Alta Langa, poi della Langa, quindi il Roero, l’Astigiano ed il Torinese, grazie ad una spinta da sud verso nord-ovest che determinò una fase iniziale in cui coesistevano sia terre emerse che mare separate dalle coste.

L’aspetto particolarmente interessante, su cui si sofferma Bonelli, è che questi sedimenti hanno una doppia origine: alpina e marina, così che “nelle rocce troviamo la ricchezza combinata tra le Alpi e il mare”.

Infatti già allora i fiumi erodevano piano piano queste montagne facendo finire tutti i minerali alpini nel bacino e mescolandoli agli elementi dell’acqua di mare: ancora oggi alcuni minerali ricchi di magnesio si ritiene che derivino dalla zona del Monviso che ne è ricco e che quindi ha avuto un ruolo importante per la genesi di queste rocce sedimentarie. “Il Monviso in qualche modo, ci appartiene un po’”.

È importante sottolineare che questi sedimenti si sono depositati in maniera differente a seconda delle condizioni che trovavano nel bacino: le fasi di acqua più tranquilla permettevano agli elementi più fini di decantare sul fondo (limo, argilla), mentre le correnti marine più vigorose hanno formato depositi sabbiosi.

Il racconto dell’esperto a questo punto diventa particolarmente descrittivo e affascinante perché affronta le varie formazioni geologiche che caratterizzano le Terre Alfieri, inserendole con precisione in quale epoca antica si siano generate e narrandone il decorso.

Innanzitutto ricordiamo che qui le rocce hanno un’età, per la geologia, relativamente recente e compresa fra i 7 e i 2 milioni di anni fa (il periodo compreso fra il Miocene, più antico e il Pliocene, più recente).

La formazione più antica risalente a 7 milioni di anni fa sono le “Marne di Sant’Agata”, generatesi nel periodo Messiniano in una mare di 200/300 metri di profondità, che rappresenta l’ultimo momento in cui il bacino era ricco di vita e la continuità derivante da 30 milioni di anni di storia naturale.

La conformazione di queste rocce è particolare: sono laminate, in strati sottili e questa sottilissima laminazione ci racconta che in questa fase sussisteva una stagnazione delle acque che favorisce il deposito sul fondale di elementi molto fini quali il limo e l’argilla.

I suoli che si generano su queste tipologie di rocce richiamano i componenti di base: limoso argillosi, calcarei e con elevata capacità idrica (“argilla e limo trattengono acqua vivamente: si idratano, si espandono, poi la perdono riducendosi, ma la trattengono in maniera attiva perché dotati di cariche elettriche che catturano le molecole d’acqua”).

La conformazione è fatta da colline molto morbide e dolci, non erose, con profili lunghi, come si può vedere nei Comuni più meridionali verso il Tanaro.

Ed il racconto geologico descrittivo prosegue: 6,3 milioni di anni fa le masse costali in movimento isolano il Mediterraneo dall’Atlantico chiudendo lo stretto di Gibilterra, l’acqua del mare a causa del clima tropicale caldo evapora e si concentra in una laguna sovrasalata (“crisi di salinità”) fino al punto di cristallizzazione e la conseguente formazione dei gessi (solfato di calcio).

Queste formazioni di gesso sono presenti nella zona di Govone e nel Tanaro in bancate importanti di grandi dimensioni.

“Un tempo questi terreni erano ritenuti produrre vini con bassa longevità, ma oggi, grazie alle corrette tecniche agronomiche (diradamento, scelta di cloni da bassa resa) risultano anch’essi interessanti per la viticoltura”.

Arriviamo a 5,3 milioni di anni fa in cui avviene una fase cruciale e molto studiata: lo Stretto di Gibilterra si riapre e l’acqua del mare rientra in maniera violenta e tumultuosa. Infatti sopra le formazioni di gesso si rinvengono affioramenti di uno strato nero, fatto di vegetali triturati dall’impeto delle acque in ingresso.

Da qui riparte la sedimentazione marina e comincia il periodo del Pliocene in cui troviamo le formazioni più identitarie delle Terre Alfieri: le argille azzurre e le “sabbie d’Asti”.

Le argille azzurre sono marne fatte di un miscuglio di materiali fini presenti in maniera equilibrata fra loro: tanto limo, tanta argilla e un po’ di sabbia; sono suoli franchi, che trattengono attivamente l’acqua, calcarei e costituiti da colline con versanti poco pendenti.

Le “sabbie d’Asti”, che si depositano subito dopo in un mare oramai profondo poche decine di metri a causa dei movimenti costali che portavano all’emersione delle terre, sono fini, di colore giallastro arancione ruggine a causa dell’ossidazione del ferro in esse contenuto.

L’erodibilità della sabbia determina la conformazione del paesaggio, perciò qui troviamo colline ripide e scarpate, come nelle Rocche del Roero e nelle Terre Alfieri verso Cisterna, Tigliole e San Damiano.

Famose le meravigliose conchiglie fossili (malacofauna pliocenica) rinvenute in queste sabbie finissime, che sono a mezzo tra la sabbia e il limo e che stimolano la vite e gli ortaggi a comportarsi in maniera particolare producendo quei metaboliti secondari che li rendono più gustosi e più tipici: “il meccanismo che stà alla base di tutto ciò è che le piante e quindi anche la vite, adattano il proprio metabolismo in base a quanta difficoltà ci mette il terreno a cedere la propria acqua ad esse ed i terreni fini calcarei fanno sì che la vite per bere debba compiere un lavoro, che è quello di emettere sugli apici delle radici dei segnali ormonali che bersagliano anche i frutti e stimolano le piante a sintetizzare questi metaboliti secondari (aromi, tannini, sostanze coloranti, precursori aromatici), sostanze che rendono tutto più buono e saporito”.

Ma le “sabbie d’Asti” generano anche tartufi eccezionali per equilibrio, profumo, conservazione e forma.

Siamo quindi all’ultimo atto della storia naturale che vede il mare scomparire e formarsi una piana alluvionale, paludi e aree fluviali, in cui il clima era simile a quello di una savana umida. Il terreno è qui composto da sabbie rossastre, Complesso Villafranchiano, senza calcare, acido, argilloso, meno fertile e più adatto alla cerealicoltura. Questi suoli sono tipici degli altopiani e sfiorano le Terre Alfieri.

Poi pian piano anche le zone paludose scompaiono ed emergono le prime colline: le rocce vengono spinte in alto e cominciano ad essere modellate dai fiumi e uno dei più importanti fenomeni di erosione, ovunque studiato, è quello denominato “la cattura del Tanaro”, avvenuta circa 100.000 anni fa, in cui il cambiamento di direzione del corso di questo fiume ha rappresentato qualcosa di traumatico dal punto di vista del modellamento delle colline perché un fiume di siffatta portata, che ha scavato e portato via sedimenti, ha influenzato anche gli altri torrenti laterali, che hanno  provocato anch’essi fenomeni di erosione, dando origine a  rocche e dirupi.

Prima di concludere elencando gli elementi di unicità delle Terre Alfieri, Edmondo Bonelli introduce anche le caratteristiche del clima di questa zona, proprio perché la sua combinazione col suolo, sta alla base, dicendolo alla francese, del terroir: “sono zone protette dall’arco alpino, che a volte trattengono le piogge salutari, ma spesso smorzano le correnti fredde umide atlantiche ed in cui vi è la presenza costante di venti di caduta come il Foehn e del vento mite estivo “Marin” che rende l’umidità costante”.

“Le temperature”, prosegue, “si sono innalzate, ma la piovosità media non è cambiata, il problema reale è che piove male, con eventi violenti concentrati e qui entra di diritto il discorso sui nostri suoli che sono il più grande serbatoio di acqua dolce al mondo, presente come umidità”: quello dell’esperto è un monito a gestire il suolo in termini della conservazione della risorsa idrica adottando corrette azioni agronomiche.

Ed in conclusione ci viene fornito “l’elenco degli elementi la cui combinazione da l’unicità delle Terre Alfieri, perché nessuno di questi elementi da solo può dirsi unico”: origine sedimentaria di suolo e sottosuolo, profondità dei suoli di versante non elevata (1,5 mt massimo, ricordando che il suolo è la porzione di terreno esplorata dalle radici che qui risultano equidistanti in superficie), suolo calcareo (marino), tessitura (granulometria) fine o medio/fine che stimola la pianta a produrre qualità, clima con leggere ventilazione costante, protezione delle Alpi, luminosità, presenza di venti miti del mediterraneo e umidità costante non elevata grazie alla presenza del Tanaro.

“Sarà poi compito dell’agricoltore e del viticoltore interpretare questi aspetti in maniera corretta, così come è stato fatto in passato, attingendo all’esperienza millenaria”.

 Quello di Bonelli è stato un momento di narrazione unico che ha riscosso un grande interesse da parte dei partecipanti ai quali è stata fornita l’occasione di confrontarsi ed interagire con un esperto del settore.