Giugno 2024

La Puglia riparte dall’innovazione della Valle d’Itria

Il progetto Ri.Vi.Vi. tra zonazione e vitigni resistenti ha la missione di ridare vita alla Valle d’Itria del vino

La Puglia riparte dall’innovazione della Valle d’Itria

di Serena Leo

Di Valle d’Itria se ne sente sempre parlare per i trulli e per il flusso turistico del lusso, ma in pochi sanno che la sua viticoltura ha delle radici antiche da preservare. Bianco d’Alessano, Maresco, e naturalmente Verdeca, sono solo alcuni dei vitigni che hanno fatto la storia del consumo di vino pugliese.Il progetto Ri.Vi.Vi. Valle d’Itria, promosso dal Centro di Ricerca, Sperimentazione e Formazione in Agricoltura “Basile Caramia” e dalla Fondazione ITS, ha messo in piedi un sistema che punta a risollevare il territorio attraverso la viticoltura. Un piano strutturato e discusso il 14 giugno a Locorotondo, che mette insieme l’innovazione tecnologica con le attività di breeding, creando sinergie tra le forze imprenditoriali della valle in particolare. Il metodo, se vincente, può cambiare il sistema viticolo della Puglia. Abbiamo chiesto a Pierfederico La Notte, responsabile scientifico del progetto, gli aspetti caratterizzanti di questo che sembra un vero e proprio incitamento a recuperare un bene prezioso del territorio.

Ri.Vi.Vi. parte dalla vite

Pierfederico La Notte

Gli obiettivi da centrare sono diversi e il tempo previsto per avere i primi riscontri è fissato al 2026. Ben tre anni per valutare il successo degli obiettivi prefissati, tutti in grado di convergere verso la rivalutazione della valle pugliese che sul vino ha costruito il suo successo in passato grazie alla Verdeca e al Minutolo, una volta chiamato comunemente Fiano.

“La Valle d’Itria ospita vitigni a bacca bianca unici e il suo germoplasma è molto ricco, complice un territorio vocato dal punto di vista del microclima. Infatti colline e buone escursioni termiche assicurano una crescita ottimale della vite. Quindi il nostro progetto parte da qui, dove si fa ancora viticoltura tradizionale, dove la meccanizzazione non esiste e perché, dal punto di vista sociale, l’abbandono delle campagne ha influito sulla diminuzione della produzione vitivinicola”. A dirlo è Pierfederico La Notte che, in Ri.Vi.Vi. trova spunti per passare al microscopio la Valle d’Itria, bisognosa di forze umane e del ripopolamento delle campagne.

La strategia di ripresa e di seconda vita vede sette azioni ben distinte da mettere in campo, che vanno dagli aspetti tecnici fino a quelli  sociologici, coinvolgendo anche lo spinoso tema pugliese dell’enoturismo.

Si parte dall’analisi dello stato attuale del territorio in modo da mettere in campo strategie di intervento ben definite.

L’importanza maggiore, secondo La Notte, sta nella zonazione viticola ed è da qui che parte tutto: “È essenziale procedere a mappare il territorio e il vigneto della valle, compresi i comuni circostanti. La zonazione serve per migliorare il disciplinare già attivo (IGT Valle d’Itria) e per adattarlo alle esigenze attuali, senza dover necessariamente stravolgere tutto ciò che già c’è. Questo studio verrà svolto nell’ambito di Ri.Vi.Vi. con l’idea di concentrarci sulle microzone”.

Assieme in questo progetto ci sono diversi partner pronti a collaborare, un dato non scontato. “Per ora ad aderire è stata la Cantina Sociale Upal di Locorotondo, nostro partner certificato nel tempo. Aspettiamo però, altri partecipati a cui forniremo le indicazioni necessarie e la strumentazione per poter monitorare i progressi direttamente in campo”.

Una manifestazione d’interesse diramata in occasione dell’incontro kick off. Le condizioni per partecipare a questo studio prevedono un campo di circa 2.500 massimo 3.000 mq da coltivare con un unico portainnesto, il 225 Ruggeri, spalliere 2,4 x 1 o Tendone 2,2 x 2,2. Le varietà prevedono la prevalente a scelta tra Verdeca o Bianco d’Alessano e un minimo di venti piante tra Minutolo, Maresco e Verdeca o Bianco d’Alessano.

Come fare i conti con il climate change

Il clima, croce e delizia per la viticoltura in generale, anche in Puglia desta particolari preoccupazioni con estati sempre più torride e siccitose, con possibilità di sviluppo di patologie dannose per la vite. Ricordiamo che in seguito agli effetti della scorsa stagione torrenziale ci si lecca ancora le ferite per la peronospora. Si cerca un rimedio, affinché non succeda più o quanto meno si riesca a intervenire per contenere i danni. “La nostra attività è collegata allo studio di interventi di adattamento ai cambiamenti climatici attivati presso i vigneti delle aziende, ma anche nel nostro vigneto creato ad hoc a Valenzano – continua La Notte – l’obiettivo è comprendere che tipo di cambiamenti strutturali introdurre, quali portainnesti utilizzare e come orientare i filari per avere risultati ottimali. Andremo alla ricerca dei vitigni autoctoni e li confronteremo con i loro corrispondenti resistenti grazie alla costituzione di un vigneto sperimentale e resistente”.

Per ora si è proceduto con Verdeca e Bianco d’Alessano in prevalenza, poi con Minutolo e Maresco. Varietà più che autoctone, in grado di esprimere al meglio la IGT Valle d’Itria, ora al microscopio e protagoniste di un cambiamento grazie alle varietà resistenti. “I primi incroci li abbiamo fatti in fase di avvio. Si è proceduto con l’incrocio tra una varietà resistente e Verdeca, Minutolo, Maresco e Bianco d’Alessano”. Obiettivo costituire vitigni resistenti “regionali” che abbiano come genitori gli autoctoni pugliesi. In questo modo si vogliono unire i tratti di tipicità e autenticità territoriale con la resistenza alle malattie e agli effetti del cambiamento climatico.

Che i resistenti suscitino dibattito è dato certo, ma per La Notte sembra essere una via obbligata “Si tratta di una strada tracciata e va seguita inevitabilmente. Le nostre varietà devono essere più sostenibili in termini di coltivazione e questa è una necessità. Se ci arrivi con il breeding classico o il breeding tecnologico non è importante, ma credo che il progresso scientifico debba fare il proprio lavoro”.

Quindi anche in Puglia, dove la sperimentazione sui resistenti sembra silente, risultati sorprendenti potrebbero arrivare molto presto.

Il momento d’oro dei bianchi

La Valle d’Itria è da sempre a trazione bianca e Ri.Vi.Vi. guarda a un mercato sempre più affezionato al consumo di bianchi e spumanti, a discapito dei rossi, compresi quelli di Puglia. Pertanto il momento propizio aiuta a realizzare l’obiettivo di rendere questa valle competitiva dal punto di vista vitivinicolo, attrarre le nuove generazioni e gli investimenti nel campo agricolo e infrastrutturale. “Intervenire sull’immagine e sul valore aggiunto del prodotto attraverso interventi mirati che non sacrifichino le caratteristiche e le qualità del prodotto e non vadano a modificare l’assetto della denominazione – continua La Notte – Sui disciplinari abbiamo già operato e stavolta auspichiamo il coinvolgimento del territorio con tutte le sue forze imprenditoriali e scientifiche per fare maggiore sistema”. Intensificare la produzione per sdoganare il vino dall’esclusivo uso territoriale, portando l’autoctono a diventare traino per una nuova economia locale e non solo.

Ri.Vi.Vi Valle d’Itria – lo vedremo nel 2026 – potrebbe portare un nuovo modo di intendere il vigneto della zona, rendendolo più performante, ma anche facendone un veicolo per promuovere un flusso turistico, quello enogastronomico, che si conferma un trend in crescita anche nel 2024, coinvolgendo le nuove generazioni. “Potremmo pensare – sottolinea La Notte – di rendere questo un vero e proprio progetto pilota da replicare in altri territori pugliesi”.

Vito Savino

A questo punto ci si chiede se la viticoltura è l’unica risposta per far rinascere un territorio. Certamente non è la sola, ma è una delle tante. “In Valle d’Itria il vino è sempre stato trainante, ma con l’abbandono delle campagne è venuto a mancare un pezzo. Non si tratta di iniziare ex novo un’attività, ma riprendere ciò che è già stato – conclude La Notte – La vite può rappresentare la risorsa e tutte le realtà territoriali, di diverso genere, possono unirsi sotto questo vessillo per ridare vita alla terra”. Quindi interazione, la parola che torna anche da Vito Savino presidente onorario della Fondazione ITS, che mette un punto proprio sulla faccenda “Le diverse figure interessate nella filiera devono saper collaborare, occasione mancata già dal lontano 2006. Serve la classica partecipazione proattiva, smettendo di piangersi addosso. Dobbiamo saper fare sistema approcciandoci con una mentalità più aperta ai modi di operare, partendo dalla vite e arrivando all’accoglienza”.