LEGGI O ASCOLTA
Maurizio Gily
Indirizzo 1: via Tendopoli numero 0, Rosarno (Reggio Calabria).
Indirizzo 2: Strada statale 544 Borgo Mezzanone (Ghetto Borgo Mezzanone), Foggia.
Sono i precedenti, ultimi domicili di due lavoratori che oggi, dopo anni di precariato, caporalato e sfruttamento, hanno trovato un impiego stabile in due aziende vitivinicole delle Langhe, un contratto regolare, un’abitazione e un permesso di soggiorno. Due tra migliaia.
Altro caso, questo risalente ad alcuni anni fa: due lavoratori stranieri che seguirono un percorso di formazione-lavoro in un’altra azienda delle Langhe, costi coperti all’80% dalla Regione Piemonte nell’ambito di un progetto specifico: alla fine non ottennero il permesso di soggiorno. Sono finiti chissà dove, rigettati nel buco nero del precariato, del lavoro nero, sperabilmente non della criminalità.
Sono casi raccontati il 15 luglio scorso nell’ambito del meeting – conferenza stampa organizzato in collaborazione con il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Langhe Alba e Dogliani per presentare il secondo anno di attività dell’Accademia della Vigna, la “Prima Academy a impatto sociale sulla viticoltura”.
L’attività dell’Accademia consiste nel formare personale qualificato per il lavoro manuale in vigneto, in collaborazione con aziende del territorio e il supporto e la partnership di numerosi enti (36 in tutto, tra cui il Comune di Alba e la “Scuola Enologica” Umberto I) oltre al Consorzio di Tutela, al fine di inserire queste figure lavorative in modo stabile nel mondo del lavoro e favorirne anche, per quanto riguarda gli stranieri (cioè quasi tutti i candidati), l’integrazione complessiva.
Qualche numero sul progetto: 164 candidature da parte di persone interessate a formarsi, 12 cantine che hanno aderito al progetto, 24 lavoratori (di 12 nazionalità diverse) assunti regolarmente presso le aziende partner e parallelamente inseriti nel percorso formativo (152 ore distribuite nei 12 mesi di progetto).
Lavoro, inclusione, legalità, diritti: si è parlato di tutto questo con esempi concreti, proprio negli stessi giorni in cui un’inchiesta giudiziaria portava alla luce lo scandalo del caporalato e dello sfruttamento nelle stesse terre fortunate delle Langhe. Il che dimostra che se è vero che il prezzo finale di un prodotto “puzza” quando è troppo basso, dall’altra parte non sempre garantisce, quando è alto, che il valore si distribuisca in modo equo lungo la filiera. Il presidente del Consorzio Sergio Germano è giustamente preoccupato del danno di immagine arrecato al territorio e spiega che si tratta di casi marginali, per i quali valuterà la costituzione di parte civile. (Volontà che è stata confermata dal Consorzio in una nota stampa del 18 luglio scorso in cui si legge “Stante gli ultimi casi di cronaca di caporalato e di sfruttamento di persone, il Consorzio ha deciso che si costituirà parte civile nei confronti dei soggetti che si macchiano di questi odiosi reati.” ndr)
Il lavoro di ricerca di personale fatto da WECO, la Onlus che ha lanciato e condotto il progetto, e l’indagine di altre associazioni sul territorio albese raccontano però una storia di grandi difficoltà di inclusione di moltissime persone, non solo per responsabilità delle imprese: dal problema abitativo a quello dei trasporti, fino all’odissea dei permessi di lavoro e di soggiorno, il cui ottenimento è stato reso dalla normativa recente ancora più complicato. Lo Stato da una parte fa leggi contro il caporalato ma dall’altra lo favorisce con la sua inefficienza, favorendo anche il lavoro nero e il rischio di rendere più pericolose le maglie di quella criminalità che dice di voler contrastare. Si agita il pericolo degli “irregolari” e per tutta risposta, per assurdo, se ne aumenta il numero.
Alberto Grasso, responsabile vigneti di Fontanafredda, l’azienda più coinvolta fra tutte, e prima di tutte, nel progetto Accademia, grazie al quale ha assunto stabilmente otto lavoratori, nel suo intervento ha calato qualche macigno: “Da trentacinque anni mi occupo dei vigneti di Fontanafredda. All’inizio venivano studenti per chiedere di vendemmiare o di aiutare in cantina: scomparsi. Poi venne il tempo delle “signore”, casalinghe che volevano integrare il reddito familiare con qualche lavoro stagionale: finite anche loro. Poi fu la volta dell’ondata migratoria dai Balcani: macedoni, montenegrini, albanesi. Ma ora che si sono integrati i loro figli sono andati a scuola e i più non hanno nessuna voglia di lavorare in campagna. Ora è il momento dell’Africa, con problemi maggiori, per lingua, tradizioni, religione, difficoltà di integrazione: ma credo che anche questa ondata finirà. E poi? Le aziende devono riflettere molto seriamente su questi aspetti. Continuità lavorativa, salari adeguati, percorsi di crescita, dignità e rispetto. Le imprese devono capire che bisogna rendere decisamente più attrattivo il lavoro in campagna, e questo è un territorio che se lo può permettere, o non si troverà più nessuno”. Emozionanti le testimonianze degli studenti e stagisti stranieri, che hanno raccontato in un italiano stentato la soddisfazione di imparare non solo a fare certe operazioni, ma a capirne il motivo, grazie all’affiancamento dei docenti, quattro esperti agronomi piemontesi (Daniele Eberle, che è succeduto a me come coordinatore, Alberto Grasso, Matteo Tasca ed Emanuele Fenocchio), che hanno scelto di mettere la loro esperienza e la loro capacità didattica al servizio dell’Accademia. È l’inizio di un percorso. Forse noi “boomer” non lo vedremo, ma verrà anche il tempo per vignaioli, agronomi ed enologi dalla pelle scura. E nessuno lo troverà strano.
Mi chiedono se sia possibile replicare l’iniziativa in altre zone dell’Italia. La risposta è sì, in teoria, ma in pratica non è facile. Ciò che qui l’ha resa possibile è stata le professionalità, la passione, la determinazione a superare ostacoli di ogni tipo delle persone che hanno creduto in Accademia della Vigna, di tutto il gruppo e dei vari partner, ma di due persone in particolare, Giulia Maccagno e Maria Cristina Galeasso di WECO. Senza di loro nulla sarebbe stato possibile.
Ritorno al “podere”?
Il problema dell’abitazione e/o del trasporto sul luogo di lavoro dei “nuovi” lavoratori è risultato un punto critico fondamentale, insieme a quello dell’apprendimento della lingua (complicato dal fatto che i capisquadra italiani spesso si esprimono in dialetto, aumentando la confusione). È forse il momento di pensare, almeno per il futuro più prossimo, a una sorta di ritorno al passato, in cui il lavoratore risiedeva all’interno dell’azienda o nelle vicinanze. Molte “cascine” conservano ancora quegli spazi abitativi, in passato usati da mezzadri o braccianti. Spesso sono stati trasformati in alloggi agrituristici e “bed and breakfast” per i turisti. Oggi però comincia a porsi un serio dilemma: ospitare turisti e non trovare manodopera stabile, o fornire una casa ai lavoratori per aiutarne l’inclusione, il ricongiungimento familiare, e soprattutto la continuità dell’operato, perdendo però così una fonte di reddito e una agevolazione nel vendere il prodotto? I Comuni possono svolgere un ruolo, tenendo conto delle molte case vuote nei paesi e nelle frazioni (soprattutto in zone meno fortunate della Langhe)? Finora il problema è stato sostanzialmente ignorato. Non si può più farlo.
CREDITI FOTOGRAFICI ACCADEMIA DELLA VIGNA

