Dicembre 2023

L’Italia dei vini PIWI cresce in identità e in qualità

Premiati i migliori vini italiani da varietà PIWI. Nel convegno organizzato da FEM la ricerca, le applicazioni e le potenzialità delle varietà resistenti.

L’Italia dei vini PIWI cresce in identità e in qualità

di Alessandra Biondi Bartolini

Sono stati premiati il 1 dicembre a San Michele all’Adige i migliori vini italiani da varietà PIWI, secondo quanto emerso dai risultati dalla Terza Rassegna Nazionale tenutasi nel novembre scorso. Nel convegno che ha fatto da introduzione alla cerimonia di consegna dei premi un confronto tecnico sulla ricerca, le applicazioni e le potenzialità delle varietà resistenti alle malattie in Germania, Francia e Italia.

Una rassegna che è anche un progetto didattico senza precedenti

Con 110 vini prodotti da varietà PIWI in gara sulle circa 330 etichette italiane di questa tipologia, la fotografia proposta dalla Rassegna Nazionale dei vini PIWI organizzata dalla Fondazione Edmund Mach è sicuramente rappresentativa della qualità, le interpretazioni e le potenzialità di questi prodotti.

Un progetto nato per stimolare al confronto i produttori italiani di queste varietà che comincia a dare i suoi frutti sotto tanti aspetti, dalla diffusione dell’interesse per le varietà PIWI, al miglioramento generale della qualità e l’ingresso nel settore di aziende sempre più grandi e strutturate, fino anche al coinvolgimento degli studenti del quinto e sesto anno dell’indirizzo di Viticoltura ed Enologia dell’Istituto Tecnico Agrario di San Michele all’Adige.

“L’idea” spiega a Millevigne Andrea Panichi, docente di enologia e coordinatore del Dipartimento di istruzione post secondaria dell’Istituto Tecnico Agrario di San Michele all’Adige, oltre che tra gli ideatori e organizzatori del concorso, “è nata sia per stimolare il settore a conoscere meglio i vini delle varietà PIWI anche al di fuori delle Regioni dove sono già autorizzati, sia per capire di più delle caratteristiche di questi prodotti, come sono e come vengono percepiti. Ci si chiedeva: al di là della qualità dell’uva chi lavora con queste nuove varietà come le interpreta? Quali sono gli stili che si possono adattare meglio a questi vini?”.

Quello di cui ci si era accorti, spiega ancora Panichi è che, in assenza di modelli di riferimento come avviene invece con i vini dei nostri territori, ogni produttore che si avvicinava alle varietà PIWI tenta una sua strada e interpretazione : “E questo porta a una notevole diversità, che può rappresentare un aspetto positivo, ma al tempo stesso anche a una grande disomogeneità, che può disorientare il consumatore e rendere questi nuovi prodotti, già poco conosciuti, anche poco riconoscibili. Anche questo è stato uno degli obiettivi: quello di far riflettere i produttori su cosa vogliono fare e quale identità vogliono associare a questi vini”.

In tre anni la qualità dei vini italiani da varietà PIWI è sicuramente molto cresciuta, con i bianchi che hanno confermato l’ottimo livello che già nella prima edizione si percepiva, e i rossi che si stanno ritagliando un’identità e stanno forse trovando la via enologica più adatta per trattare soprattutto l’estrazione dei tannini, che ai primi tentativi non sembrava facilissima da individuare.

Non secondario è anche il coinvolgimento degli studenti: nella rassegna i ragazzi e le ragazze del Corso per Enotecnici del sesto anno  preparano i campioni, servono i vini, degustano con gli esperti delle commissioni e dialogano con loro.

“Coinvolgendoli nell’organizzazione della rassegna, stiamo insegnando ai nostri studenti cosa sono i PIWI, come si svolge una degustazione, come si servono i vini, ma anche, lavorando al fianco degli esperti, ad avere un linguaggio tecnico corretto e oggettivo. Partendo da qualcosa di meno conosciuto permettiamo loro di acquisire una metodica di valutazione organolettica ed enologica e li portiamo a riflettere, nel lavoro che poi noi insegnanti facciamo con loro, su come alcuni aspetti potrebbero essere migliorati o trattati diversamente in cantina, e anche su come sia possibile e necessario lavorare avendo come obiettivo la valorizzazione di una varietà”.

Un progetto didattico unico che insegna ad affrontare in modo laico l’innovazione, toccandola con mano e allontanando i pregiudizi.

L’innovazione dei vitigni PIWI alla Fondazione Edmund Mach

Il sostegno all’innovazione e ai viticoltori fa parte da sempre del DNA della Fondazione Edmund Mach, che ormai da decenni lavora alla costituzione di nuove varietà ottenute da breeding interspecifico e intraspecifico. Un lavoro che, ha raccontato Marco Stefanini, responsabile dell’Unità di Ricerca di genetica e miglioramento genetico della vite, è cominciato in Trentino nel 1987 con la prima collezione voluta da Attilio Scienza a Maso Togn ed è proseguito poi per tanti anni, anche quando l’uso delle varietà ottenute da incrocio tra la Vitis vinifera e le altre specie del genere Vitis, portatrici dei caratteri di resistenza alle malattie, non era autorizzato e non sembrava avere una possibilità diretta di applicazione in campo.

L’interesse attuale nei confronti della varietà resistenti alle malattie, dimostra la necessità della scienza di essere sempre un passo avanti alla politica, la burocrazia e i pregiudizi, per farsi trovare pronta nel momento in cui gli ostacoli vengono superati e le esigenze cambiano. Oggi la necessità di produrre in modo sostenibile e ridurre l’uso di input e fitofarmaci rappresenta uno dei principali obiettivi per la viticoltura europea e, contemporaneamente, il continuo lavoro di miglioramento genetico ha portato a sviluppare varietà PIWI in grado di produrre uve e vini di qualità sempre crescente. Essere stati pionieri ed essersi assunti i rischi di un’innovazione che in pochi conoscevano, per i costitutori, i vivaisti e i produttori che per primi hanno scelto queste varietà, hanno ricordato Agostino Cavazza e Fulvio Mattivi nell’introduzione del convegno, rappresenta oggi un’opportunità che sta dando i suoi frutti.

Attualmente in Italia il Registro Nazionale delle Varietà di Vino comprende 36 varietà PIWI che sono state per il momento autorizzate soltanto in alcune regioni, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Emilia Romagna, Marche, Lazio e Piemonte, e la superficie totale interessata alla loro coltivazione è di poche migliaia di ettari. A differenza di quanto sta avvenendo in altre regioni europee, come l’Austria o la Francia, nessun Consorzio italiano ha ancora previsto il loro inserimento nei disciplinati di produzione di vini a Indicazione Geografica o a Denominazione di Origine.

In Trentino negli ultimi anni le attività di ricerca e sperimentazione della Fondazione Mach sulle varietà tolleranti hanno portato, in collaborazione con il consorzio CIVIT a iscrivere nel Registro nazionale delle varietà di vite quattro nuove selezioni: Termantis, Nermantis, Charvir e Valnosia, che insieme alle altre autorizzate in provincia di Trento, Solaris, Souvignier gris, Bronner, Palma, Johanniter e Pinot Regina, si adattano bene alla viticoltura trentina.

In Germania e Francia una storia comune che parte da lontano

Tra i paesi europei la Germania vanta sicuramente la maggiore e più lunga tradizione di breeding per l’ottenimento di varietà resistenti e di portinnesti, cominciata e mai interrotta fino dalla fine del 1800 nel fermento nato dalla necessità di individuare soluzioni per le crittogame e per la fillossera provenienti dall’America. La superficie investita a varietà PIWI oggi in Germania è intorno al 3% della superficie vitata e sta crescendo di anno in anno.

Reinhard Töpfer, direttore del Julius Kühn Institut di Geilweilerhof è probabilmente la voce più autorevole per raccontare la storia e la diffusione delle varietà PIWI in Germania: “Per decenni la ricerca ha inseguito l’obiettivo di conciliare gli obiettivi di resistenza alle malattie e di produttività con la necessità di produrre uve e vini di qualità, un obiettivo raggiunto probabilmente solo 120 anni dopo, tra la fine degli anni ’90 del secolo scorso e gli inizi del XXI secolo, quando già si affacciava l’esigenza di introdurre anche nuovi obiettivi, di adattamento alle condizioni di stress imposte dal Cambiamento Climatico”.

La storia delle varietà resistenti ottenute da incrocio e ibridazione in Francia, ha raccontato Philippe Darriet dell’Università di Bordeaux, è stata abbastanza simile a quella italiana: la partenza entusiasta e i lavori di breeding della fine del 1800, la diffusione nella prima metà del 1900 (nel 1957 in Francia c’erano 400.000 ettari coltivati con varietà ibride) e poi progressivamente a partire dagli anni ’30 le regole, i divieti alla coltivazione e alla vinificazione e gli espianti. Con alcune eccezioni tuttavia, perché ad esempio il Baco Blanc, una delle varietà più coltivate e destinata alla distillazione per la produzione della DOP Armagnac, è un ibrido che ha come genitori Noah e Folle blanc.

Oggi con le varietà PIWI di ultima generazione già autorizzate, come Floreal, Vidoc, Artaban e Voltis e altre ancora in corso di valutazione nel programma Resdur2, alla ricerca di miglioramento genetico i ricercatori francesi dell’Università di Bordeaux e dell’INRA stanno affiancando lo studio delle tecniche enologiche in grado di meglio valorizzare l’espressione qualitativa delle nuove varietà.

L’interesse è elevato e alcune AOC tra le quali Bordeaux con le varietà Floreal e Vidoc e Champagne, con Voltis, hanno autorizzato l’introduzione di alcuni vitigni resistenti in una percentuale limitata e definita dai disciplinari di produzione.

Resistenze stabili, vini di qualità e altri obiettivi

Nel processo di incroci successivi tra le varietà di Vitis vinifera e i donatori di resistenza di altre specie del genere Vitis, si utilizza la tecnica della piramidizzazione, grazie alla quale è possibile combinare nelle nuove varietà geni e forme di resistenza diversi. L’obiettivo, ha spiegato Marco Stefanini, è di ottenere dei “genitori super-resistenti” dotati di un numero di geni di resistenza sempre crescente per oidio, peronospora e black rot, riducendo così la possibilità per i funghi patogeni di evolversi e sviluppare dei ceppi “indifferenti” ai meccanismi di difesa della pianta. Maggiore è il numero di geni di resistenza presenti in una varietà PIWI e minore sarà la probabilità che le malattie si adattino e superino l’ostacolo della resistenza.

Il lavoro di ibridazione e i successivi reincroci per l’introduzione dei caratteri di resistenza nelle varietà di Vitis vinifera, con la produzione di semi, la creazione dei semenzai (nelle serre della Fondazione Mach si producono circa 30-40000 semi ogni anno) e la selezione e valutazione delle piante che tra questi portano i caratteri desiderati, richiedono un impegno elevatissimo e tempi molto lunghi. Oltre all’uso dei marcatori genetici per tracciare gli individui che hanno ereditato i geni che interessano ai breeder, Reinhard Töpfer ha riportato anche come l’applicazione delle tecnologie di analisi dell’immagine digitale stia riducendo i tempi di selezione per alcuni altri caratteri di interesse agronomico, come il numero di grappoli e il rapporto tra foglie e grappoli, che possono essere rilevati e mappati da un mezzo autonomo dotato di videocamere multispettrali e GPS.

Qualità e riconoscibilità che scavalcano i pregiudizi

Non più cittadini di serie B nel panorama viticolo europeo, i vini da varietà PIWI si stanno quindi diffondendo e facendo conoscere, con prodotti interessanti dal punto di vista qualitativo oltre che per il loro elevato valore di sostenibilità.

Un risultato che tuttavia, ha sottolineato Töpfer, si deve accompagnare al messaggio che la viticoltura, anche quella dei vitigni resistenti, può ridurre l’uso dei prodotti fitosanitari (per i PIWI si parla del 50-70% di interventi in meno), ma non può fare a meno del tutto della difesa (un messaggio particolarmente importante per il pubblico di non addetti ai lavori e per i decisori politici).

“Dal punto di vista del mercato i consumatori sono spesso interessati e meno prevenuti dei produttori” ha concluso nella sua relazione Töpfer , “e per continuare a migliorare la conoscenza e la diffusione di queste nuove varietà anche definirli in modo riconoscibile con un termine collettivo “forte” è molto importante”.

Un termine come PIWI ad esempio che, dal momento che sono stati i tedeschi a crederci per primi, non a caso è l’acronimo più “amichevole”, della parola tedesca PilzWiderstandsfähig dal quale deriva.

Il seminario e la premiazione della III Rassegnadei vini da uve PIWI è disponibile su You Tube al link: