Maurizio Gily
Questo potrebbe essere un libro di testo obbligatorio, o almeno fortemente consigliato, per chi frequenta un corso sul vino che prevede la concessione di un diploma AIS, FISAR, ONAV…, e anche a chi studia per il diploma di laurea in enologia. A maggior ragione dovrebbe leggerlo chi scrive di vino, a qualunque titolo. Vi si trovano risposte a molte domande, e approfondimenti necessari per poter discutere di determinati argomenti con solide basi di conoscenza anziché con superficialità, credenze e pregiudizi (come spesso accade, basta fare un giro sulla ricca bibliografia dei social media).
Michele Fino è un giurista e docente di Fondamenti del Diritto Europeo all’Università di Pollenzo, ma il suo focus, e quello del libro, non si limita alla giurisprudenza relativa al settore alimentare ed enologico: spazia nei campi della storia, della sociologia, dell’antropologia, del marketing (sottotitolo: Godersi il vino consapevolmente senza marketing né mode).
La scrittura è chiara e lineare, nello stile del divulgatore. I contenuti si succedono tra fatti certi, ma non a tutti noti, e giudizi personali sempre solidamente motivati: come quelli su due precursori della critica enologica moderna, diversi tra loro, Mario Soldati e Luigi Veronelli, ai quali si riconoscono grandi meriti senza tacerne le contraddizioni, che sono a loro sopravvissute fino a oggi. Come lo scivoloso concetto (in Soldati soprattutto) di “genuinità” intesa come lode del tempo andato.
Le parti più propriamente esplicative sull’etichettatura dei vini, comprese le novità più recenti (ingredienti) e sul sistema delle denominazioni di origine, con le differenza tra l’Italia e la Francia, rappresentano un’ottima review, sintetica ma completa, di una materia piuttosto complicata, nella quale Fino si muove come un pesce nell’acqua, ma anche come il professore di un tempo, dotato di bacchetta da vibrare sulle nocche di qualcuno...
Come laddove si occupa del divieto tutto italiano di citare il nome del vitigno con cui è fatto un vino se non all’interno di una denominazione geografica ufficiale che lo prevede: fino all’assurdità, per alcune varietà, di vietarlo persino in una DOC perché considerato monopolio di un’altra DOC. Se produci un Canavese bianco DOC non puoi dire che è fatto con l’Erbaluce anche se il disciplinare prescrive che sia Erbaluce al 100%. “La legge che ti impone di usare quel vitigno è la stessa che ti impone di dire che non lo usi”.
Il vino non fa “buon sangue”, non allunga la vita ma tendenzialmente la accorcia, soprattutto se si eccede, ed è vano contrapporre alle campagne antialcoliche proprietà salutistiche campate in aria o comunque non tali da sovrastare quelle dannose. E tuttavia il concetto di salute non può prescindere da quello di benessere mentale: un consumo moderato va accettato non perché faccia bene al corpo ma perché si vive anche di gratificazioni ed emozioni e non di privazioni.
Non potevano mancare la biodinamica, il biologico, il vino naturale. A partire da radici storiche ultracentenarie, da precursori come Howard e Steiner per arrivare ad oggi. Nel rispetto delle scelte di tutti, purché sincere e leali e non puramente commerciali, emergono qui la visione laica dell’autore e la sua fiducia nella scienza. Inutile supporre basi scientifiche dove non ci sono, ma si possono fare vini buoni anche senza avere l’esatta consapevolezza di cosa succede: prima di Pasteur non si conosceva la natura delle fermentazioni ma si facevano (anche) vini buoni.
Per concludere, una citazione di Pietro Stara: “Un libro da leggere ben muniti dei nostri mirabolanti giudizi e, soprattutto, dei nostri straordinari pregiudizi.”

NON ME LA BEVO
Godersi il vino consapevolmente senza marketing né mode
Di Michele A. Fino
Mondadori
euro 19,00

