La pergola canavesana e le vigne di Carema con i classici “pilun”, Carema, giugno 2024
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Testo e foto di Monica Massa
Il Canavese è un territorio ampio, che si trova a Nord Ovest di Torino, con una grande varietà di paesaggi: dalla pianura coltivata e caratterizzata da diversi laghi (il lago di Viverone è il più grande) alle vicine vette valdostane che regalano panorami mozzafiato con i boschi e i terrazzamenti che ospitano la viticoltura eroica, i fiumi Po, Stura di Lanzo e Dora Baltea che lo attraversano e la sua particolarissima caratteristica che è l’AMI, ovvero l’Anfiteatro Morenico di Ivrea. Secondo per estensione in Italia solo dall’analoga formazione che circonda il Lago di Garda, con un’estensione di 500 chilometri quadrati, l’AMI è il risultato dell’attività erosiva del ghiacciaio Balteo, conclusasi circa 10.000 anni fa, che ha creato il trasporto di sedimenti dalla valle d’Aosta verso la pianura Padana, lungo il percorso odierno del fiume Dora Baltea.
Passione e determinazione tratti distintivi della viticoltura canavesana
Un territorio a vocazione rurale ma con un glorioso ed esemplare passato industriale, grazie alle idee innovative di Adriano Olivetti (figlio di Camillo Olivetti fondatore della prima fabbrica italiana di macchine per scrivere) imprenditore illuminato che creò il nuovo modello di “fabbrica a misura d’uomo”. Nella prima metà del Novecento le azioni di Adriano Olivetti portarono prosperità al territorio Canavesano che, pur industrializzato, mantenne il suo carattere agricolo e artigianale proprio grazie alla lungimiranza dell’imprenditore eporediese che per evitare lo spopolamento delle campagne fondò due cantine sociali, la Cantina della Serra e la Cantina Produttori Nebbiolo di Carema tuttora attive e che continuano con passione, perseguendo la qualità, a farsi portavoce dei vini canavesani: Erbaluce di Caluso DOCG, Carema Doc e Canavese Doc.

Dal 1991 a tutela delle tre denominazioni è stato istituito il Consorzio vini DOCG di Caluso e DOC di Carema e Canavese, il cui Presidente è Bartolomeo Merlo. Molto intraprendente inoltre il gruppo dei Giovani Vignaioli Canavesi, associazione nata nel 2020 e che ha al suo attivo REWINE che è manifestazione molto partecipata il cui successo è data dalla sinergia dei soci.
“Abbiamo creato questa associazione per garantire continuità alla realtà vitivinicola del territorio favorendo il passaggio generazionale dei vignaioli, per molti dei quali la viticoltura rappresenta una seconda occupazione. La nostra è una viticoltura eroica, che richiede sacrificio e tanta passione. Abbiamo produzioni di nicchia per cui ci presentiamo uniti alle fiere e alle manifestazioni, l’importante è promuovere e far conoscere il territorio, non la singola cantina” ci dice fiero Vittorio Garda enologo della Cantina della Serra e uno dei principali portavoce dell’Associazione presieduta da Gian Marco Viano. “L’Associazione è come una famiglia: ci si aiuta e ci si confronta senza perdere di vista l’obiettivo che è quello di promuovere il nostro territorio e i nostri vini perché siano opportunità di crescita economica, contrastando in questo modo il rischio di spopolamento della campagna”. Uno spirito di collettività e senso della comunità che si tocca con mano parlando con i vignaioli, ascoltando le loro storie, come ho avuto modo di fare recentemente grazie al press tour organizzato dal Consorzio, non senza una punta di orgoglio perché, in quanto Piemontese, confrontandomi con colleghi provenienti da altre regioni questo senso di appartenenza e di tutela per una viticoltura estrema è stato ampiamente avvertito.
Erbaluce, Nebbiolo e le loro declinazioni
Dove prima c’era il ghiaccio ora si produce il vino: il terroir del Canavese poggia su suoli estremamente poveri, terreni acidi tipici delle colline moreniche caratterizzati dalla presenza di grossi sassi, sabbie, limo e una minima quantità di argilla.
Il vitigno principe della zona è l’Erbaluce, un uva a bacca bianca che la leggenda racconta prenda il nome dalla ninfa Albaluce, figlia del Sole e dell’Aurora, per i suoi riflessi luminosi “l’uva bianca così detta, come alba luce, perché biancheggiando risplende…matura diviene rossa e colorita” (Eccellenza e diversità dei vini, Giovanni Battista Croce, 1606).
Il metodo di coltivazione tradizionale dell’Erbaluce è la pergola (topia in piemontese), che richiede tanto lavoro manuale ma che si sta rivelando molto adatto ai cambiamenti climatici in atto. L’Erbaluce è un vitigno versatile che grazie alla sua buccia particolarmente spessa si presta all’appassimento che avviene su graticci e che dà origine a un vino passito che per i Canavesani è vino di accoglienza, di benvenuto, una dichiarazione d’amore che tramanda una passione e una tradizione che dal punto di vista economico non è affatto remunerativa, dal momento che la resa uva/vino non supera il 15% e per la commercializzazione devono passare almeno tre anni dal primo giorno di novembre successivo alla vendemmia.
Per la spiccata acidità l’Erbaluce dà vita anche a bollicine metodo classico di straordinaria eleganza e freschezza con una struttura in grado di reggere il tutto pasto, ma anche la versione ferma è molto piacevole con una buona sapidità e una giovinezza che si mantiene, evidenziando come la composizione del suolo e il microclima di cui gode il territorio di produzione contribuiscano alla longevità del vino.

Anche se l’Erbaluce è generalmente il vino più conosciuto di questo angolo di Piemonte, la storia ci dice che nel 1600 di 13.000 ettari vitati, solo il 5% era uva bianca, mentre la coltivazione principale era destinata ai rossi. Ora la superficie vitata complessiva non raggiunge i 500 ha di cui la metà per la produzione di Erbaluce Docg, mentre meno di 200ha rientrano nella Doc Canavese che, pur essendo una denominazione relativamente giovane (1998) rappresenta una tradizione antica per la zona di produzione su cui insiste in quanto è frutto di assemblaggio di diverse uve: Nebbiolo, Barbera, Bonarda, Freisa, Neretto e Uva Rara per almeno il 60%, da soli o congiuntamente come storicamente in Canavese venivano allevati molti vitigni a bacca nera all’interno dello stesso vigneto. E’ una denominazione che richiama un vino da tutto pasto, dove il naso è molto appagante mentre in bocca si avverte piuttosto una certa magrezza, che vuole essere anche un carattere identitario del vino.
Il rosso elegante e longevo in Canavese è la DOC Carema, ottenuto da uve di due varietà locali del vitigno Nebbiolo, il Picutener e il Pugnet per almeno l’85%, coltivate nei terreni compresi tra le rocce moreniche del comune di Carema, al confine con la valle d’Aosta, per un totale di superficie che non raggiunge i 20 ettari. Un paesaggio viticolo tra i 350 e i 700 metri di altitudine caratterizzato dai terrazzamenti a secco, opere realizzate faticosamente e con pazienza e che si sono dimostrati fondamentali per la buona gestione del territorio. La forma tipica di allevamento a pergola “canavese” in questo caso ha la particolarità dei “pilun” pilastri in pietra a forma di tronco di cono, che accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano di notte e che sostengono la struttura parallela al terreno su cui corre la vite, realizzata in pali di legno di castagno, rigorosamente decorticato e non piallato, che garantisce una durevolezza e dunque longevità senza pari. Protezione dalla grandine, dalle gelate primaverili e dalle scottature sono i vantaggi più rilevanti di questa forma tradizionale, che offre le migliori condizioni di crescita della pianta, anche se alcuni giovani impianti sono a filare per agevolare le lavorazioni. Tutte le fasi di vinificazione, conservazione e invecchiamento devono essere effettuate nella zona di produzione che comprende l’intero comune di Carema e nella frazione di Ivery nel comune di Pont Saint Martin che è già in Valle d’Aosta. L’affinamento minimo del Carema è di 24 mesi, 12 dei quali in botti di rovere o castagno della capacità massima di 40 ettolitri, per un risultato di grande eleganza al naso e in bocca, con straordinarie capacità di invecchiamento.
Si tratta di un raro caso in cui non si fa leva sul nome del vitigno Nebbiolo, il cui prestigio è universalmente conosciuto, ma sul comune di elezione del vitigno e delle uve, Carema, che è un simbolo di viticoltura estrema e sicuramente eroica non solo per le difficoltà legate al lavoro completamente manuale che il sistema a pergola richiede, ma anche perché il mercato sta imparando solo da poco ad apprezzare i vini canavesani e a riconoscerne il giusto valore, anche in termini di prezzo. Un rilancio che è avvenuto grazie al Consorzio, ai produttori e al gruppo dei Giovani Viticoltori Canavesani dopo decenni di oblio che hanno rischiato di cancellare un paesaggio viticolo che riveste un ruolo importante per l’enoturismo e che può essere il volano principale di ripresa di questo splendido territorio scrigno di biodiversità.


