Febbraio 2024

Santa Maria di Propezzano, un tesoro architettonico salvato grazie agli investimenti sul territorio della famiglia Savini

La storia dell’azienda “Abbazia di Propezzano” con la conservazione e il recupero di uno dei complessi monumentali più importanti della provincia di Teramo, è esemplare riguardo allo schema storico ricorrente del passaggio d’investimenti dal settore mercantile a quello agricolo tramite l’acquisizione di terreni e la costruzione o la rigenerazione di immobili a uso agrario.

Santa Maria di Propezzano, un tesoro architettonico salvato grazie agli investimenti sul territorio della famiglia Savini

di Cinzia Montagna

A salvare uno dei complessi monumentali più rilevanti della provincia di Teramo, Santa Maria di Propezzano a Morro d’Oro, furono le pecore. Se non ci fossero state loro, la famiglia Savini, composta da commercianti di lane, non avrebbe comperato chiesa e chiostro negli anni ’70 dell’ ‘800, tramandandoli per generazioni e restaurando in modo filologico struttura, affreschi e funzione. Negli anni ’70 del secolo scorso la chiesa fu donata dalla famiglia alla Diocesi di Teramo.

Abbazia di Propezzano, il chiostro
Abbazia di Propezzano, il chiostro

Il chiostro e le sue pertinenze, invece, sono rimaste di proprietà dei Savini e sono diventate sede dell’Azienda “Abbazia di Propezzano”, dove si producono vini ottenuti da 16 ettari e mezzo di vigneti. La coltivazione di vigneti e la produzione di vini sono in linea con quanto fecero i monaci benedettini che qui, luogo di culto e di miracolo, a dodici chilometri dal mare e a quaranta dalla montagna, si insediarono nel ‘200 nel segno dell’ “ora et labora”.

E le pecore? Fino alla metà del ‘700, le lane delle pecore allevate in Abruzzo furono commercializzate su scala internazionale, subendo in seguito la concorrenza di mercati del Nord Europa. Zona leader per gli allevamenti fu per secoli l’attuale provincia dell’Aquila, tanto che nel 1579 i Medici vi acquistarono vaste aree e abbondanti greggi.  La provincia di Teramo, però, non fu meno prestigiosa e produttiva nel settore. Lo testimonia il fatto che nell’ ‘800 la città capoluogo divenne sede di una delle tre “grasce” d’Abruzzo, uffici che regolamentavano il commercio legale e tassato delle lane. Le altre due sedi si trovavano a L’ Aquila e a Tagliacozzo, località sempre della zona aquilana. Le grasce, che derivano il loro nome da beni alimentari richiesti per il vettovagliamento e, per esteso, indicavano dazi e gabelle, furono istituite per contrastare il fenomeno di produzione e di vendita di lana non controllato, indicatore anche questo dell’abbondanza della merce.

A documentare la situazione del settore nell’ ‘800 è il quarto volume della “Relazione intorno alle condizioni dell’agricoltura in Italia” redatto per volere dell’allora Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio e pubblicato a Roma nel 1879. Si trattava degli anni in cui il governo del Regno d’Italia analizzava il Paese sul piano agrario e dei suoi mercati, verificando anche le consuetudini di lavoro e le situazioni di vita di contadini e allevatori. Gli studi, che portarono all’articolata “Inchiesta agraria Jacini” (1884), dal nome del senatore Stefano Jacini coordinatore dei vari esperti competenti per le diverse regioni della penisola, delinearono la prima fotografia del comparto rurale. Il capitolo XXVIII del testo del 1879 è dedicato alla “Produzione ed il commercio delle lane in Italia”. Alla pagina 673 si fa riferimento a “tratturi” e “greggi transmigranti”, la cosiddetta transumanza. Le razze di ovini allevati in Abruzzo comprendevano, oltre a recenti introduzioni di merino,  la Pecora Gentile di Puglia e due razze autoctone abruzzesi: la Paesana o Aquilana, allevata in mandrie dai 20 ai 50 capi e caratteristica per un tipo di lana ondulato, e la Pagliarola, diffusa in allevamenti dai 20 ai 30 capi soprattutto nella zona di Chieti, utilizzata in particolare per il latte (ogni pecora forniva mezzo litro di latte al giorno) e per una lana liscia e lucente, non di altissimo pregio, che serviva a confezionare coperte, flanelle e tappeti. La ricerca indica che in provincia di Teramo le pecore presenti nel 1878 ammontavano a 310mila capi, con una produzione annua di 3500 quintali di lana. Si rilevava anche una diminuzione del prezzo rispetto agli anni precedenti causato dalla qualità di lana inferiore a quella di Puglia e Basilicata per via di riproduzioni non selettive dei migliori capi e al fatto che le pecore fossero spesso allevate anche per latte e carne, quindi non in modo specifico e scientifico per la lana. In questo contesto teramano in cui allevamento e lana erano voci prioritarie di una filiera florida, i Savini, commercianti di lana sin dal ‘700, decisero di investire nell’acquisto di terreni agricoli prima appartenuti all’aristocrazia teramana e anche nell’acquisto dell’abbazia di Propezzano.

Paolo Savini De Strasser

“Si trattò di una svolta per la famiglia, sino ad allora occupata nell’artigianato e nel commercio – ricostruisce oggi l’architetto Paolo Savini De Strasser (nella foto), erede dell’Abbazia, dove si occupa dell’azienda vitivinicola a tempo pieno dal 2010 – . I miei antenati, per esempio Francesco Savini, erano appassionati dello studio del territorio e scrissero libri al riguardo, anche relativi a linguistica e dialetti. Il complesso produttivo dell’abbazia funzionava come fattoria cadetta di una più grande che stava a Mosciano Sant’Angelo, dove si trova la villa di famiglia. Negli anni dal ’65 al ’70 del ‘900, si procedette alla ristrutturazione dell’abbazia di Propezzano e, in seguito, alla donazione della chiesa alla Diocesi mentre chiostro, sale attigue e cantina furono dedicate all’identità vinicola dell’azienda.

Nel 2010 fu rifatto il tetto e sono state aggiunti spazi esterni, staccati dall’edificio monumentale, funzionali alla lavorazione”. Il chiostro e le sale accolgono oggi i visitatori nella suggestione di un monumento romanico del ‘200, con affreschi dei portici claustrali e delle sale che risalgono al ‘600. La fondazione del complesso, testimoniato dai primi decenni del 1000, è fatto risalire nella sua forma originaria a epoche precedenti ed è posto in connessione con un miracolo accaduto, secondo la tradizione, il 10 maggio dell’anno 715. Il miracolo vide come protagonisti tre pellegrini tedeschi che, di ritorno da un viaggio in Terrasanta, decisero di trascorrere una notte di riposo nel luogo dell’attuale Propezzano. Appesero quindi le loro bisacce contenenti reliquie ai rami di un albero, ma l’albero improvvisamente crebbe di dimensioni in modo tale che le bisacce risultarono irraggiungibili. Colti da un improvviso sonno, i pellegrini ebbero in sogno la visione della Madonna che chiedeva loro l’edificazione di un luogo di culto. Al risveglio, i pellegrini iniziarono subito a costruire un altare ai piedi dell’albero e l’albero chinò i suoi rami affinché potessero riprendere le bisacce. La chiesa è dedicata alla Madonna Propiziatrice ai Miseri. La storia dell’azienda “Abbazia di Propezzano” è esemplare riguardo allo schema storico ricorrente del passaggio d’investimenti dal settore mercantile a quello agricolo tramite l’acquisizione di terreni e la costruzione o la rigenerazione di immobili a uso agrario. Uno schema evidente, per esempio, nel caso dei mercanti veneziani, borghesi e aristocratici, e che anche in quelli vicentini, imprenditori della seta, spesso divenuti proprietari terrieri. Non è forse un caso, quindi, se la villa Savini di Mosciano è in stile palladiano, un richiamo forte al più importante architetto veneto che interpretò e progettò ville non soltanto come luoghi di residenza ma anche come fulcro di aziende agricole. La preziosità di Propezzano sta nella sua antichità storica e nella sua conservazione attenta che l’ha rigenerata, mantenendone l’identità.