Ottobre 2024

Un buon anniversario per la vite ad alberello di Pantelleria

La vite allevata ad alberello è stata la prima pratica agricola a diventare nel 2014 Patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO

Un buon anniversario per la vite ad alberello di Pantelleria

di Alessandra Biondi Bartolini

“Adoptè (adottato), tanti auguri a Pantelleria, la Sicilia e tutta l’Italia”: è il 26 novembre 2014 e, a Parigi, le parole del Presidente UNESCO, unite all’augurio pronunciato in italiano, rendono ufficialità all’assegnazione del riconoscimento UNESCO alla pratica della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria. Sono il suggello del lungo percorso sostenuto per raggiungere l’ambito traguardo e allo stesso tempo il fischio di inizio per una scommessa che punta tutto sulla valorizzazione del territorio, il paesaggio e  l’ambiente, per tutelare e proteggere l’isola, la sua agricoltura e i suoi abitanti.

L’alberello pantesco, la forma di coltivazione bassa e perfettamente adattata al clima ventoso e arido dell’isola, è stata la prima pratica agricola a essere inserita nell’elenco del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A essa si è aggiunta nel 2018 l’arte della costruzione in pietra a secco, che l’agricoltura eroica italiana condivide con altri paesi, a confermare il valore culturale e ambientale dei circa 8000 km di muretti a secco che disegnano il paesaggio dell’isola di Pantelleria.

Per la vite ad alberello nel 2014 si sono mobilitati e hanno creato una folta rete di sinergie il Parco Nazionale Isola di Pantelleria, il Consorzio Vini Pantelleria DOC con i produttori e il Comune di Pantelleria, che hanno insieme ritenuto necessario valorizzare questo riconoscimento per salvaguardare un territorio fragile ed esposto a fenomeni preoccupanti, come quello dell’abbandono dell’agricoltura, lo spopolamento e non ultimo il cambiamento climatico.

Le celebrazioni dei dieci anni dal riconoscimento UNESCO sono state l’occasione per fare il punto della situazione e riflettere su che cosa ha funzionato e su quanto richiede ancora l’attenzione di coloro che, allora come adesso, continuano a lavorare per l’isola.

“Il riconoscimento Unesco” ha spiegato Sonia Anelli, direttrice del Parco “è stato un successo di squadra perché ogni ente ha messo la sua parte perché Pantelleria fosse convincente, ma protagonista è soprattutto quella che si definisce la comunità praticante, perché se Pantelleria è così, con muretti a secco, dammusi, giardini, viti, capperi e olivi, è perché l’uomo ha faticato da secoli per realizzarli”.

Vetta di un vulcano sferzato dai venti

Pantelleria, al centro del Canale di Sicilia, per millenni crocevia di commercianti e conquistatori, ha tratto da tutti i popoli che l’hanno abitata le pratiche di produzione e coltivazione, la cultura, la lingua, e i saperi che hanno permesso agli uomini e alle donne panteschi di “domare” un ambiente ostile, come può essere solo un’isola vulcanica in mezzo al mare e a pochi chilometri dalle coste africane. I Fenici hanno portato con ogni probabilità la coltivazione della vite, ma sono stati poi gli Arabi che hanno trasferito le pratiche agricole più adatte per gestire, recuperare e ottimizzare la poca acqua che cade limitatissima sull’isola: i dammusi che raccolgono con i loro tetti l’acqua per convogliarla nelle cisterne interrate, i muretti a secco realizzati per contenere i terrazzamenti, ma anche per proteggere le coltivazioni dai venti dominanti di maestrale e di scirocco, i giardini panteschi per ospitare in un microclima ideale le preziose piante degli agrumi e le forme di allevamento basse o striscianti come la vite ad alberello.

Dal cappero con il suo portamento strisciante, all’olivo tenuto basso in modo da non superare un metro e venti di altezza, fino all’alberello pantesco, le colture avvicinandosi al terreno sono protette dai venti e beneficiano dell’umidità del mattino.

Ogni vite ad alberello cresce all’interno di una conca che talvolta raggiunge anche i 60 cm di profondità, sistemata periodicamente in occasione delle operazioni di lavorazione manuale del terreno per l’eliminazione delle malerbe: al suo interno si convogliano le piogge, la vegetazione si mantiene più fresca e i grappoli restano sollevati da terra.

La piovosità dell’isola è abitualmente già scarsa con medie annuali di 450 mm, ma gli ultimi anni sono stati particolarmente siccitosi e le produzioni hanno sofferto, sollevando forte preoccupazione per la sostenibilità economica della viticoltura dell’isola, dove le operazioni colturali si svolgono prevalentemente a mano con scarsissime possibilità di essere meccanizzate e le rese sono molto basse (per il Passito si parla di 4 kg di uva per 1 litro di vino).

La conservazione dell’umidità nel suolo, prevalentemente sabbioso o sabbioso-limoso di origine vulcanica, e l’approfondimento delle radici sono fondamentali per la sopravvivenza della pianta anche se, ci mostra Fabrizio Basile aprendo una trincea di saggio all’interno del vigneto, nonostante le scarsissime piogge degli ultimi due anni, a 2 metri di profondità, dove si sviluppa la maggiore densità delle radici, il terreno si conserva fresco e umido.

Pietra su pietra

Il giardino pantesco del FAI nei vigneti di Khamma

Sul sentiero che attraversa i vigneti di Khamma per arrivare al giardino Pantesco che qualche anno fa l’azienda Donnafugata ha ristrutturato e donato al FAI, alcuni pannelli documentano in un percorso fotografico la Pantelleria degli anni ’60. Le differenze sono evidenti non tanto nel lavoro degli uomini e delle donne, quanto piuttosto nel paesaggio: le terrazze trattenute dai muretti a secco e coltivate in modo promiscuo disegnavano allora una dopo l’altra ogni collina dalle pendici fino alla vetta. Oggi il vigneto si limita per lo più a una fascia delle zone collinari e delle conche lasciate dalle ultime eruzioni vulcaniche, mentre nelle zone più pendenti e meno accessibili la macchia, il bosco e la vegetazione spontanea si sono riprese il terreno un tempo coltivato.

I muretti a secco rappresentano un elemento paesaggistico necessario per la regimazione delle acque e al tempo stesso ospitano piante, animali e microrganismi che, insieme al bosco, garantiscono stabilità all’ecosistema rurale. Ma realizzarli e mantenerli è un’arte che richiede fatica e sono rimasti in pochi a svolgere questo lavoro che richiede ogni anno molte ore di manodopera. A spiegarcelo è il Maestro Ivan che nei vigneti di Pellegrino in contrada Sibà sta ricostruendo un muro crollato.

Il tempio dello Zibibbo e la ricerca enologica sull’isola

Campi di piante madri di Moscato di Alessandria nel Vivaio Paulsen in Contrada Ginestra

La manualità, la cura e l’artigianalità delle produzioni di Pantelleria non sono in contrasto ma convivono con la ricerca e l’innovazione.

A testimoniarlo la sede del Vivaio Regionale Federico Paulsen in Contrada Ginestra, fondato nel 1930 da Federico Paulsen per far fronte alle necessità della ricostruzione post fillosserica che sull’isola era arrivata qualche decennio più tardi:

Vincenzo Pernice

“Il lavoro fatto nel Vivaio Paulsen a Pantelleria” spiega Vincenzo Pernice, direttore del Vivaio “è stato da un lato lo studio dei portinnesti più adatti a queste zone e dall’altro quello, importantissimo, di raccogliere, conservare e selezionare le varie popolazioni, i cloni e i presunti cloni, di Moscato di Alessandria, che poi si è caratterizzato ed è conosciuto nella sua espressione di interazione con questo ambiente come Zibibbo di Pantelleria. Nel Vivaio si trova la più grande e ricca vetrina della biodiversità del Moscato di Alessandria”.

Destinata alla vendita in cassette per il consumo fresco o come uva passa lo Zibibbo ha visto un forte calo delle produzioni e delle superfici vitate per riprendere energia dalla produzione vinicola di prodotti di pregio come il Moscato e il Passito di Pantelleria nelle loro versioni naturale o liquoroso.

Oggi molti tentano di differenziare i loro prodotti e accanto al Moscato e al Passito di Pantelleria sono nate versioni secche e ferme o anche spumanti prodotti con metodo classico.

Per mettere a punto un modello replicabile il Vivaio Paulsen insieme al Consorzio ha avviato un progetto di vinificazione e spumantizzazione con metodo classico delle uve prodotte dalla seconda fioritura delle viti che, cimate in estate per contenere la vegetazione e consentire il passaggio, hanno sempre un’elevata produzione di femminelle e producono grappoli che, arrivando difficilmente a maturazione per la produzione del Moscato o del Passito, non venivano generalmente raccolti, ma che presentano acidità più elevate e concentrazioni zuccherine più basse adatte alla produzione di una base spumante.

Scommettere sui giovani e sull’ambiente per far dare un futuro alla viticoltura pantesca

da sinistra: Antonio Daietti (consigliere del Consorzio, enologo), Benedetto Renda (Presidente del Consorzio), Baldo Palermo (Donnafugata), Rosario di Lorenzo (Università di Palermo)

Dopo il trend negativo che si era osservato negli ultimi 40 o 50 anni (negli anni 50 gli ettari vitati erano circa 5000), negli ultimi 5-10 anni le superfici vitate e le produzioni si sono stabilizzate (406 ha la superficie DOC rivendicata nel 2023) grazie sia all’attività del Consorzio, sia all’integrazione tra le cantine, i viticoltori locali e i brand e gruppi più grandi che sull’isola hanno investito.  “Alcune problematiche, tuttavia, rimangono” ha osservato Rosario Di Lorenzo dell’Università di Palermo in occasione dei festeggiamenti per il riconoscimento UNESCO “e credo che una delle più attuali e importanti sia quella del ricambio generazionale, mentre un’altra riflessione da fare è sull’estensione ridottissima delle superfici rivendicate dagli agricoltori, che è in media meno di un ettaro: se dovesse aumentare la superficie sarebbe possibile o facile mantenerne la gestione, considerata l’economia dell’isola? Per immaginare il futuro dell’isola tutti, imprenditori e viticoltori, saranno impegnati per mantenere e potenziare il sistema produttivo tenendo conto della realtà dell’isola, perché per esserci la sostenibilità deve essere ambientale, economica e sociale”.

Tra le iniziative destinate a favorire il legame dei giovani con l’agricoltura pantesca, ricordiamo le quattro borse di studio che il Consorzio bandisce ogni anno per gli studenti superiori o universitari dell’isola che si iscrivano a un corso di studi in materia agraria o enologica.

“Per favorire l’occupazione giovanile ed evitare l’abbandono occorre ridurre la stagionalità delle attività dell’isola, che sono molto legate al turismo, il quale a sua volta dipende dall’efficienza dei trasporti ma nel quale si sta osservando una crescita lenta e di qualità”, ha aggiunto Benedetto Renda Presidente del Consorzio Vini Pantelleria e Presidente delle Cantine Pellegrino.

Salvatore Murana

Non tutti sono d’accordo, secondo Salvatore Murana, vignaiolo e Vice presidente del Consorzio, il ricambio generazionale ci sarà e come è avvenuto per secoli nuove persone arriveranno a popolare e coltivare l’isola: i problemi sono la carenza d’acqua, la mancanza di cura dell’ambiente, i manufatti e i vigneti, la diffusione ad esempio delle infestanti alloctone che mettono a rischio la biodiversità dell’isola.

Per sostenere il futuro della viticoltura sarà necessario non solo che le aziende, per lo più a carattere familiare, riescano a garantire continuità al loro interno con le nuove generazioni, ma occorreranno servizi (un esempio è il laboratorio attivo per l’analisi dei mosti e dei vini presso il Vivaio Paulsen) e professionisti, agronomi ed enologi, operatori di vigneto e di cantina per curare le viti, così come l’uva messa ad appassire sugli stenditoi per la produzione del passito per poi essere sgranellata a mano, acino per acino.

Ma soprattutto occorre che sia il mercato, sia le istituzioni, riconoscano il valore di prodotti che per essere realizzati richiedono costi e tempi di manodopera che spesso superano di tre volte quelli necessari per produrre altri vini.