Dicembre 2023

Una nuova certificazione della biodiversità in vigneto

Per favorire la presenza e il ruolo della biodiversità in vigneto è nata una nuova certificazione che misura lo stato di salute dell’agro-ecosistema

Una nuova certificazione della biodiversità in vigneto

di Alessandra Biondi Bartolini

La perdita di biodiversità vegetale e animale è una delle emergenze ambientali più urgenti da affrontare. Questa riguarda tutti gli ambienti, le aree naturali, le foreste, i mari, ma anche gli ambienti più antropizzati come le città, le zone rurali e le aree coltivate.

In agricoltura la conservazione della biodiversità animale e vegetale all’interno delle coltivazioni e in aree aziendali dedicate a questo scopo, come prati e boschi, così come la comprensione dei benefici che a livello produttivo oltre che ambientale ne possono derivare, sono parte di un approccio nuovo che rientra nella definizione di agroecologia e per la maggior parte degli agricoltori rappresenta un cambiamento non indifferente, che sposta lo sguardo dalla coltura, il campo, il vigneto, all’ecosistema.

Stefano Amadeo (al centro) con Stefano Zaninotti (a destra) e Luigi Vignaduzzo (a sinistra) sono i fondatori di Diversity Ark

Per accompagnare i viticoltori nella realizzazione di vigneti sempre più biodiversi, è nato Biodiversity Ark un nuovo schema di certificazione volontaria che consente di misurare dello stato di salute dell’agro-ecosistema del vigneto, valutarne i punti critici e intervenire con un processo di miglioramento continuo, applicato dal produttore e verificato da un Ente terzo che rilascia la certificazione.

Stefano Amadeo ci racconta come, insieme al collega Stefano Zaninotti, hanno sviluppato lo schema di certificazione, i metodi di misura e valutazione e il disciplinare al quale i produttori devono aderire per ricevere il marchio di Biodiversty Ark, e attestare che il loro vigneto e terreno sono, come dice il nome, un’arca di biodiversità animale, microbica e vegetale.

“La certificazione prevede l’adesione a un disciplinare, nel quale oltre alla misura della biodiversità e l’introduzione delle pratiche agroecologiche, abbiamo previsto un protocollo di produzione che esclude l’utilizzo dei diserbanti e dei principi attivi caratterizzati da un profilo ecotossicologico di maggior rischio per la salute dell’ambiente e dell’uomo, oltre che l’impegno da parte dell’azienda di applicare tecniche conservative per la prevenzione dell’erosione e la perdita di sostanza organica e di utilizzare strategie e tecnologie come i DSS, adatte a ridurre l’impiego di agrofarmaci. Per quanto il cuore della certificazione siano la misura e il miglioramento della biodiversità abbiamo pensato che fosse importante mantenere una stessa coerenza  nei confronti della natura e della salute non solo del consumatore, ma anche degli operatori e degli astanti che frequentano i vigneti”. Il disciplinare prevede infine che i produttori si formino, partecipando a corsi realizzati da esperti su temi riguardanti l’ambiente e l’agroecologia.

I controlli agro-ecologici in vigneto si concentrano su tre macro aree: il suolo con l’analisi delle caratteristiche chimico fisiche e della fertilità biologica, la biodiversità animale legata agli insetti e la biodiversità vegetale. Per ognuno di questi le aziende o i professionisti che le supportano analizzano dei parametri e misurano degli indicatori specifici, che servono per dare una grandezza all’impatto dell’attività agricola e ai benefici delle pratiche agroecologiche che si applicano nel corso del percorso di certificazione.

“Nelle aziende certificate vengono approfonditi attraverso degli indicatori il ruolo degli artropodi, della flora spontanea e della fertilità biologica del terreno, ma si vanno a misurare anche altri aspetti  come ad esempio l’uso della plastica, la sua raccolta e l’allontanamento dall’appezzamento dei rifiuti prodotti” spiega Amadeo. “Per ogni ambito gli indicatori studiati sono molti e misurano non solo il numero di specie ma anche la loro funzione e la capacità di ogni gruppo di fornire servizi ecosistemici: “Per quanto riguarda gli insetti ad esempio studiamo un indice di biodiversità generale espressa come numero di morfospecie presenti, la presenza degli impollinatori, e un indice di biocontrollo espresso come rapporto tra morfospecie carnivore ed erbivore, predatori e prede.  Nel caso delle piante si fa uno studio sulla biodiversità vegetale dell’appezzamento, analizzando la composizione delle specie presenti e poi si scende nel dettaglio di quali tra queste sono specie tipiche del territorio, quali sono archeofite, piante arrivate in passato e diventate di fatto commensali delle piante coltivate come il papavero, il fiordaliso o l’orzo, che testimoniano di fatto un’agricoltura conservativa e sostenibile, e quali infine sono piante invasive e indicatrici di un inquinamento floristico”.

Una scheda agroecologica a punti basata su dieci indicatori per un totale di 100 punti esprime il livello di biodiversità e lo stato di salute dell’agroecosistema: ogni indice ha una sua scala da 1 a 10 e in questo modo i produttori certificati possono quantificare la qualità agroecologica dell’appezzamento e andare a intervenire sugli indicatori per i quali l’azienda risulta più carente.