Marzo 2024

Vigna e Acqua, design sostenibile: l’attenzione al suolo, la pianta e il territorio

Nel convegno organizzato all’Azienda Agricola San Felice da Simonit&Sirch si è parlato di gestione dell’acqua partendo dal suolo, la pianta e il territorio.

Vigna e Acqua, design sostenibile: l’attenzione al suolo, la pianta e il territorio

 

di Alessandra Biondi Bartolini

Il 22 marzo era il World Water Day, la giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per sensibilizzare il pubblico, le istituzioni e le attività produttive sulla necessità di ridurre i consumi e lo spreco d’acqua. Una necessità che se in quegli anni per molti paesi e settori sembrava soltanto una prospettiva futura o lontana è divenuta oggi un’urgenza anche per i paesi mediterranei e per la viticoltura.

Quale momento migliore allora per parlare di alcuni degli spunti più interessanti emersi nel convegno “Vigna e Acqua: design sostenibile” organizzato il 15 marzo scorso da Simonit&Sirch in occasione del Festival del potatore 2024, presso l’Azienda Agricola San Felice (SI).

Gli andamenti climatici delle ultime stagioni, così come i modelli climatici  sviluppati a livello globale, non lasciano dubbi sulla sempre minore disponibilità di acqua per le nostre colture. La diversa distribuzione e portata delle precipitazioni porterà all’incremento delle zone aride, con un impatto molto forte nei paesi Mediterranei, in modo particolare nelle zone che ad oggi non avevano mai sperimentato situazioni di siccità o carenza idrica.

In questo quadro appare evidente che molte delle conoscenze e delle esperienze passate, sulle quali abbiamo costruito tutto il sistema della viticoltura di qualità, andranno ripensate, individuando non una ma molte soluzioni integrabili tra loro.

“L’esperienza” ha spiegato nei saluti introduttivi l’agronomo Gianpaolo Sirch “si è fatta sugli andamenti del passato e oggi deve cambiare ed evolversi, perché giorno per giorno viviamo e vivremo nuove situazioni alle quali  dovremo adeguarci con nuove sensibilità, facendone tesoro per cercare di attenuare gli impeti di questo cambiamento”.

L’acqua per la vita della vite

 “L’acqua e l’irrigazione erano diventate una specie di passepartout per superare tante crisi, con costi anche modesti. Questo non si potrà più fare sia perché l’acqua, se ci sarà, andrà indirizzata verso altri usi come gli usi civili, sia perché i costi sono elevati e non sempre è un fattore positivo per la qualità. Riusciamo a fare viticoltura senza acqua di irrigazione?” si è chiesto Attilio Scienza dell’Università di Milano nella sua introduzione . La risposta è che ci dobbiamo provare ottimizzando tutti i fattori che possono concorrere a rendere i vigneti più resilienti agli stress e senza trascurare niente, dalla gestione del suolo e dell’impianto all’efficienza delle piante, fino alla progettazione del territorio. Ma senza dimenticare, ha ricordato Alain Deloir fisiologo vegetale all’Università di Montpellier, che la vite ha bisogno di acqua dal germogliamento fino a dopo la raccolta e che non esistono varietà di Vitis vinifera che si possano definire resistenti alla siccità. Si stima che per produrre 1 litro di mosto ci vogliano 250-350 litri di acqua che la pianta usa

Alain Deloire

principalmente nel processo di traspirazione : “Ci sono diversi modi per ridurre il consumo di acqua a livello del vigneto o a livello della vite come il portinnesto, la quantità di foglie, la densità d’impianto, ma non possiamo dimenticare che quando riduciamo la superficie fogliare si riducono anche le rese. Si tratta sempre di definire delle soglie, per stabilire il momento nel quale la vite entra in una condizione di stress ma anche per capire fino a quanto ridurre i consumi di acqua sia profittevole ed economicamente sostenibile”.

Una nuova attenzione al suolo come fattore di resilienza

Tra i modi e gli strumenti per rendere la viticoltura più resiliente agli effetti della crisi climatica l’attenzione dei relatori è stata rivolta al suolo e alla necessità di preservarne la fertilità biologica e di difenderlo dai fenomeni erosivi legati all’intensità delle piogge, dal momento che la perdita di sostanza organica e l’erosione rappresentano le due principali cause di degradazione e desertificazione delle superfici agricole.

Ne ha parlato Attilio Scienza sottolineando che in pochi hanno realmente investito nella conoscenza dei profili, gli orizzonti e la variabilità dei suoli nei vigneti, aspetti dei quali si ha in generale una conoscenza piuttosto parziale ma che andrebbero sempre presi in considerazione per valutare nel modo più corretto le relazioni con le radici e le loro esigenze di acqua e ossigeno.

Due esempi interessanti di itinerari tecnici e approcci alla gestione del suolo sono stati riportati da Isabelle Kuntzman, responsabile agronomica dell’associazione alsaziana Vignes Vivantes, e Carlo De Biasi, Direttore generale di Agricola San Felice, che ha parlato di come l’approccio della viticoltura rigenerativa permetta di gestire il ciclo dell’acqua, del carbonio e dei nutrienti.

Carlo De Biasi

“La nostra attività deve essere quella di fare in modo che il suolo possa incamerare più acqua possibile nel periodo delle piogge. L’idea delle colture di copertura è qualcosa che oggi dobbiamo introdurre anche nelle zone dove tradizionalmente il vigneto era lavorato. La coltura di copertura seminata in autunno aiuta il suolo a incamerare più acqua durante l’inverno. Sarà poi quando la copertura erbacea rischia di  andare in competizione con la vite e aumentare le perdite evapotraspirative dal suolo, che si potrà interrompere e creare un pacciame naturale favorevole a mantenere l’acqua nei suoli, proteggerli dagli sbalzi di temperatura ed evitare le perdite di fertilità legate ai fenomeni erosivi” ha spiegato De Biasi parlando di alcune delle pratiche introdotte anche grazie agli scambi di esperienze che avvengono all’interno dell’Associazione di Agricoltura Rigenerativa fondata nel 20201 dalla spagnola Torres e che ad oggi riunisce già più di cinquanta realtà a livello mondiale.

Architetture e design per piante efficienti

Dal suolo alla pianta: come è possibile migliorare l’adattamento delle viti alle nuove condizioni di stress idrico, termico e radiativo, garantendo la loro connessione con il terroir, la qualità delle uve e la giusta durata del vigneto?

Marco Simonit

Per rispondere, ha spiegato Marco Simonit nel suo intervento, si può partire con la scelta del portinnesto adatto, la valutazione attenta del materiale vegetale, fino anche alla rivalutazione della tecnica dell’innesto in campo che permette di cominciare la fase di allevamento e l’impostazione della pianta quando già l’apparato radicale è ben sviluppato.

“Ma anche nei vigneti già esistenti occorre scegliere le tecniche di  gestione della chioma e le architetture più adatte, che siano anche dinamiche, in grado di evolversi ed essere modificate nel tempo, in funzione del clima che cambia, del terroir e anche dell’età delle piante” ha spiegato l’agronomo friulano riportando una serie di casi ed esperienze.

Dall’accumulo delle sostanze di riserva al rispetto del vigore, che può essere diverso all’interno del vigneto ma anche da pianta a pianta, nelle operazioni di potatura, secondo Simonit “la capacità delle piante di reagire al variare delle condizioni ambientali e climatiche è legata alla possibilità di saper preservare i sistemi di trasporto all’interno della pianta, e per questo occorre costruire delle piante che si portino dietro una buona quantità di legno vivo e che non siano troppo perturbate o esposte al rischio di malattie del legno dalle mutilazioni di potatura o da altre ferite”.

Progettare il territorio con una rete di micro-invasi

Paolo Tarolli

Per alcuni ambienti fragili, come quelli di viticoltura in forte pendenza tipici delle aree montane e collinari di viticoltura eroica, la gestione dell’acqua è e diventerà sempre più un aspetto particolarmente critico, sia per le attività produttive, che nei periodi di assenza di piogge non possono approvvigionarsi a valle, sia per la tenuta dei territori stessi, sempre più esposti al rischio idrogeologico a causa degli eventi piovosi di forte e fortissima intensità.Nel 2022 uno studio pubblicato su Nature Food dal gruppo di ricerca di Paolo Tarolli dell’Università di Padova, ha mappato l’agricoltura eroica presente a livello mondiale nelle diverse fasce climatiche per poi simulare la sua evoluzione proiettandola alla fine del secolo e nello scenario di cambiamento climatico più estremo ipotizzato sulla base delle emissioni di gas serra.

“Con il clima attuale” ha spiegato Tarolli nel convegno del 15 marzo “abbiamo circa il 17% di agricoltura in forte pendenza collocato nella fascia climatica di tipo tropicale, che in futuro potrebbero aumentare fino al 27%, con un aumento di esposizione al rischio di precipitazioni importanti. Ma la cosa più importante è che raddoppieranno anche le superfici nella fascia climatica di tipo arido, dove dall’ 8,5% si passerà al 16%, quindi in futuro l’agricoltura su forte pendenza dovrà anche gestire la risorsa idrica in condizioni di assenza totale di precipitazioni”.

Tra le soluzioni di adattamento alle nuove e future condizioni per questi ambienti, spesso collocati in aree di forte interesse e pregio paesaggistico e culturale, come le colline del Prosecco, quelle di Soave o i vigneti della Valle d’Aosta e per i quali non è ipotizzabile pensare a grandi infrastrutture e invasi, c’è la  progettazione delle reti di micro-invasi.

“Il concetto di micro-invasi non è nuovo ed era già presente in molte agricolture terrazzate e in forte pendenza sia all’estero che in Italia: l’idea è che questi permettano agli agricoltori di superare le situazioni di maggiore carenza, ma anche di mitigare gli effetti degli eventi legati alle piogge intense grazie alla possibilità di laminare e cioè ridurre il deflusso superficiale che, raccolto dall’invaso, non scende  a valle e non crea problemi alla popolazione o alle case” spiega Tarolli.

Un sistema di microinvasi richiede però di essere progettato in modo molto preciso per non mettere a rischio la stabilità dei pendii e qui entra in gioco la tecnologia: “Nel progetto Soilution System abbiamo utilizzato i droni per rilevare il territorio e creare un modello 3D ad altissima risoluzione con il quale è stato possibile simulare un evento di precipitazione intensa per riuscire a capire dove va l’acqua e in questo modo individuare i punti critici e quelli migliori per collocare i microinvasi”.

Il contest: la formazione e il senso di “community”

Per diffondere tra produttori e addetti ai lavori la necessità di operare il cambiamento necessario del quale abbiamo parlato sono sicuramente fondamentali sia la formazione sia le azioni di informazione e trasferimento delle conoscenze e dell’innovazione. Parlare con altri produttori, trovarsi, e anche divertirsi e gareggiare per dimostrare la propria professionalità e abilità ha il significato di sentirsi parte attiva di un cambiamento ed è lo spirito del contest che nel Festival del Potatore, ideato da Simonit&Sirch Vine Master Pruners e giunto alla sua seconda edizione, porta a eleggere ogni anno colui o colei che meglio si destreggiano con le forbici da potatura sotto l’occhio della giuria di esperti internazionali. Tra i filari di San Felice il 16 marzo il premio assoluto su un centinaio di concorrenti  è andato quest’anno al veronese Matteo Finezzo.  Migliore squadra è stata i Largoni Boys, Marco Cecchetto, Nikolas Marson, Marco Gregoris dell’Az. Giorgio Cecchetto di Motta di Livenza. Nella gara singola si sono classificati al secondo posto Matteo Vecchia di Bologna e al terzo Umberto Capraro di Valdobbiadene. Nella classifica delle squadre sono arrivati al secondo posto Giacomo Frizzera, Federico Huez e Radoslav Radosevic delle Cantine Ferrari di Trento e al terzo Emanuele Guolo, Michele Martinazzo e Giovanni Perin della Tenuta Castaldo di Cornuda (TV).