Aprile 2025

Vini dealcolizzati: siamo ancora al punto zero

Non è bastato il decreto del dicembre scorso: la strada per produrre i vini dealcolati in Italia è ancora in salita

Vini dealcolizzati: siamo ancora al punto zero

di Alessandra Biondi Bartolini

La strada per produrre i vini dealcolati in Italia è ancora in salita. Eppure il settore interessa ai produttori e una platea molto ampia di potenziali nuovi consumatori.

A confermarlo è stata la sala gremita in occasione dell’incontro “Zero alcol e attese del mercato” organizzato da Unione Italiana Vini a Vinitaly l’8 aprile scorso.

Non è bastato il decreto del dicembre scorso del Ministro Lollobrigida: alle cantine italiane mancano ancora regole, definizioni e chiarimenti normativi e fiscali per cominciare a produrre nei loro stabilimenti. Intanto però qualcuno sta investendo e il rischio, ha affermato in occasione di uno dei due eventi di Vinitaly dedicati a prodotti No e Low alcol il Presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi è di lasciare in stallo gli imprenditori italiani che vogliono investire: “Sui dealcolati oggi il settore è fermo con le quattro frecce: dobbiamo risolvere gli snodi fiscali e normativi e dobbiamo iniziare a produrre”.

“La produzione di vini dealcolati in Italia continua ad accumulare ritardo” ha spiegato il segretario generale UIV, Paolo Castelletti. “Se il ministero dell’Agricoltura non interviene sulle disposizioni fiscali previste dal ministero dell’Economia e delle Finanze le imprese dovranno attendere fino al 2026 prima di poter partire con la produzione. Serve una norma ponte che consenta di definire il quadro fiscale per la produzione in questa fase transitoria. È impensabile che aziende che hanno investito in macchinari per la dealcolazione rimangano bloccate per un vuoto normativo in cui la mano destra della pubblica amministrazione non sa cosa fa la sinistra”.

Tra le criticità da risolvere la norma relativa alla promiscuità degli spazi (che a oggi devono essere separati fisicamente per produrre vini e vini dealcolizzati), e quello relativo alla possibilità di produrre spumanti dealcolizzati gassificati, ma anche gli aspetti relativi alle accise sulla soluzione idroalcolica rappresentata dal sottoprodotto della dealcolazione. Un aspetto quest’ultimo che richiede un decreto interministeriale tra il MASAF e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che non arriverà probabilmente prima del gennaio 2026 ma per il quale il settore spinge per una “norma ponte”, per traghettare i produttori fino a quella data, mettendoli in condizioni di operare.

In queste condizioni non solo i produttori che hanno previsto di investire nel settore dei dealcolizzati si trovano in una situazione di incertezza, ma anche coloro che già sono presenti sul mercato non prevedono a breve di portare tutto il ciclo produttivo in Italia.

In entrambi i casi i costi sono più elevati rispetto ai prodotti esteri e i vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati italiani continuano a perdere in concorrenzialità.

Ma a mancare sono anche molte informazioni: sui consumatori, i mercati e il gusto che dovranno avere dei prodotti che si rivolgono a un mercato e a un pubblico che di fatto il settore del vino non conoscono ancora bene.

Un mercato tuttavia che, ha sottolineato Eugenio Pomarici dell’Università di Padova, è già ampiamente presidiato da chi da tempo produce e innova nelle bevande analcoliche o a basso contenuto in alcol.

Un progetto per mappare domanda e offerta dei vini dealcolizzati

L’approfondimento dei mercati, ha spiegato Pomarici, è uno degli obiettivi del progetto DEWINE presentato da Pomarici, al quale partecipano Unione Italiana Vini e le Università di Padova, di Napoli, di Foggia e della Basilicata.

A essere indagate saranno sia l’offerta sia la domanda. I primi risultati delle indagini che i ricercatori stanno svolgendo su gruppi omogenei di consumatori e non consumatori di vino di cinque diversi paesi, arriveranno entro il prossimo autunno.

Capire l’offerta, le tecnologie disponibili, i fornitori, le caratteristiche dei prodotti già presenti permetterà ai produttori di valutare eventuali barriere all’ingresso e scegliere ad esempio se investire in tecnologia o rivolgersi a delle piattaforme specializzate in grado di fornire servizi alle cantine. La messa a punto di un database che raccoglie le tecnologie, i fornitori e tutti i prodotti dealcolizzati a livello globale, con circa 600 referenze, rappresenta già il primo output del progetto, mentre il quadro esplorativo si completerà con le analisi sui costi, l’impatto ambientale, l’evoluzione del quadro normativo.

Una nicchia che si aggiunge al mercato del vino senza eroderlo

Per quanto piccolo il mercato dei vini no e low alcol, ha spiegato Carlo Flamini presentando i dati elaborati dall’Osservatorio del vino di UIV sui dati dell’istituto di analisi  IWR è in forte crescita. Si parla oggi di un settore che in valore rappresenta appena l’1% del totale del vino, destinato a crescere fino all’1,6%.

Un giro di affari che oggi vale 2,4 miliardi di dollari e che prevede di arrivare a 3,3 miliardi di dollari entro il 2028.

Per quanto i dati siano in un certo senso “drogati” dalla presenza di prodotti low alcol ma non dealcolizzati, come lo Stella Rosa, che domina i mercati americani ma che è di fatto un mosto parzialmente fermentato, la crescita dell’interesse verso questi prodotti è ormai un dato di fatto, con gli spumanti e i prodotti Ready To Drink che raccolgono la maggior parte dei consensi.

Crescono nel resto del mondo i vini low alcol, quindi con gradazione compresa tra 0,5 e 8,5 gradi alcolici, mentre a quanto pare in Italia i primi approcci si sono rivolti soltanto alla produzione di vini ad alcol zero.

Chi sono i consumatori che scelgono o che si avvicinano a questi prodotti? Sono persone che abitualmente non consumano alcol (in Italia ha spiegato Flamini, ci sono 15 milioni di persone astemie, mentre in USA sono 70 milioni), che desiderano limitare l’apporto calorico, oppure sono consumatori di alcolici, spesso giovani, che hanno però scelto di limitare gli alcolici per motivi legati alla salute o perché devono mettersi alla guida.

Quello che è importante sottolineare e che hanno evidenziato anche Daniel Hubbard, National portfolio manager per M.S. Walker negli USA e Francesca Benini, direttrice commerciale di Cantine Riunite, è che quella dei prodotti a bassa gradazione o dei vini dealcolizzati è sì una nicchia di valore sicuramente interessante, ma rappresenta una categoria che si va ad aggiungere a quelle già presenti e non a sostituirle.

Inserirsi in modo adeguato e concorrenziale con prodotti di qualità non toglie niente al settore del vino ma rappresenta solo una nuova opportunità che è fondamentale non perdere.

Qualcosa da migliorare…

Va detto infine che il capitolo di una presentazione adeguata manca ancora perché, al di là degli stand dei singoli produttori, sicuramente lo spazio che Vinitaly aveva presentato come un’esposizione dedicata ai vini dealcolizzati, non  sembrava esserlo del tutto: pochi e poco rappresentativi i prodotti in degustazione, pochissime le informazioni. Sicuramente niente che potesse permettere ai visitatori di farsi un’idea esaustiva del panorama dei vini dealcolizzati o parzialmente dealcolizzati, come ormai da diversi anni è invece possibile nei banchi di assaggio dedicati a questi prodotti all’interno di altre fiere internazionali come Prowein.