di Lorenzo Tablino
Quasi trenta anni fa, con dei colleghi enologi e ricercatori scientifici aderenti alla SIVE (Società italiana di Viticoltura ed Enologia) visitai le regioni vitivinicole del Reno e della Mosella in Germania, arrivando sino al confine estremo in cui era allora coltivata la vite, ovvero il cinquantunesimo parallelo. Oltre non si poteva andare. In vero, in Germania già dagli inizi del 1900 si fece di tutto per superare la barriera del freddo: ibridazioni e sperimentazioni diverse, da cui nacque ad esempio il noto Müller-Thurgau. Ma faceva troppo freddo e fallirono in tal senso anche gli scienziati tedeschi al servizio dell’orgoglio nazionalsocialista.
Oggi, passato quasi un secolo, la realtà viticola delle zone fredde è radicalmente cambiata per due motivi principali. Il primo sono gli interventi di vario tipo, e con diverse modalità, sui caratteri genetici della vite, il secondo l’impatto sull’agricoltura del cambiamento climatico mondiale, conseguenza dell’effetto serra.
Infatti ormai si trovano vigneti ben oltre la Germania del Nord; in Danimarca e in Svezia sono in crescita le superfici vitate ed è facilmente prevedibile la loro espansione, sempre più a settentrione.
Abbiano raccolto in merito le testimonianze di tre vitivinicoltori, da anni impegnati nella coltivazione di vigneti situati in zone di montagna, in Piemonte e in Liguria.
La Val Maira (Cn) custode di una viticoltura secolare e resiliente
Così racconta la sua esperienza Giuseppe Mauro, enologo e viticoltore di Dronero in Val Maira, in provincia di Cuneo: “I vitigni che abbiamo scelto sono quelli localmente coltivati da secoli in valle Maira: Chatus, Neretto, Barbera, Liseiret (Gouais blanc) e abbiamo ancora vigneti vecchi con sesti di impianto ridotti di 70 cm tra i ceppi e 2 m tra i filari. Il sistema di allevamento è a controspalliera a Guyot, ma nella bassa valle Maira usiamo anche il sistema di allevamento ad alberello con sesti ancora più ridotti di 1 metro x 1,5 m.

Grazie all’altitudine (siamo a circa 700 metri slm) le malattie fungine, soprattutto la peronospora, sono poco diffuse, un po’ di più l’oidio, mentre è presente l’erinosi, che tuttavia non causa molti danni. Nell’estate 2024 su un nuovo impianto non ho eseguito alcun trattamento, non essendoci ancora produzione e non ho riscontrato malattie se non ai primi di agosto con qualche macchia qua e là di peronospora, che non destava preoccupazione. A mio avviso in queste zone i trattamenti, semplicemente zolfo in polvere e poltiglia bordolese, per essere ragionevolmente tranquilli possono essere ridotti a 3-4, concentrati tra metà giugno e la prima metà di agosto. Aggiungo che sovente sui terrazzamenti saltano fuori ancora vecchi ceppi che ricacciano e che in agosto presentano grappoli e foglie perfettamente sani.
La flavescenza ha fatto la sua comparsa nell’estate del 2022, troppo secca e torrida. Nei vigneti più a valle, verso Busca, abbiamo eliminato i ceppi malati, mente con i trattamenti cerchiamo di limitare la malattia, che in verità nel 2024 sembra già più contenuta. Faccio presente che si tratta di ceppi molto vecchi (almeno 80 anni, ma molti casi penso sfiorino i 100) molti dei quali ancora a piede franco. L’epoca di raccolta cade solitamente nella prima decade di ottobre e l’uva presenta da anni ormai un grado Babo medio che supera i 20°, con una conseguente gradazione alcolica sui 13 gradi complessivi, mentre nel 2022 ha raggiunto i 14,5. Nelle estati molto calde e siccitose, come il 2022, non ho avuto danni alle viti: a parte una minor resa in peso dell’uva; il colore degli acini era a buoni livelli e nel mosto il corredo antocianico era nella norma. Chiaramente Il fattore altezza dei vigneti sul livello del mare è stato determinante”.
In Val Germanasca e Val Chisone (To) la viticoltura rinasce grazie all’intraprendenza dell’amministrazione locale
Daniele Coutandin è un viticoltore di montagna, e i suoi vigneti si trovano a Pomaretto, in Val Germanasca e a Perosa Argentina, in Val Chisone, in provincia di Torino: “Coltivo circa un ettaro di vigneti in Val Chisone, posizionati a un’altezza media di circa 750 m slm. Alcune vigne sono state impiantate da circa 80 anni e sono allevate ad alberello. Il portinnesto all’epoca era il Rupestri du Lot. Altri vigneti sono più recenti, essendo stati impiantati dalla mia famiglia negli ultimi venti anni, utilizzando vari altri portainnesti (tranne il Kober 5BB che si riteneva non adatto). L’agricoltura in queste zone fornisce un prodotto di ottima qualità, ma con una quantità ovviamente ridotta. Nelle mie vigne un dato medio di produzione, in annate normali, è di circa 25 quintali di uva per ettaro. Riguardo alle gelate tardive della primavera 2014, le vigne di Pomaretto non hanno subito danni, grazie al fatto che è tutto terrazzato. Come è noto in queste condizioni i muri di pietra di giorno raccolgono il calore, che viene poi ceduto di notte nell’ambiente circostante. Anche il vigneto di Perosa Argentina, posizionato in un terreno con pendenza del 50% circa, non ha subito alcun danno. Gli eccessi di calore e di siccità del 2023 non hanno creato problemi, grazie all’altitudine e al clima delle valli. Riguardo alle malattie della vite sono presenti peronospora e oidio, ma non a livelli alti; mediamente effettuo 6-7 trattamenti all’anno, unicamente con poltiglia bordolese, zolfo in polvere e zeolite. Non sono presenti tignola e Botritys, mentre sono purtroppo in crescita flavescenza dorata, mal dell’esca e legno nero”.
Nelle due valli, in particolare nella zona di Pomaretto, c’è un forte interesse dei giovani per la viticoltura, grazie anche all’attività del sindaco Danilo Breusa.
Ecco una sintesi delle sue poliedriche iniziative raccolte per telefono. Breusa ha creato un consorzio di viticoltori, con conferimento delle uve prodotte alla Fondazione Malva Arnaldi per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura con sede a Bibiana (To).

Detto consorzio si è attivato, sin dall’inizio, con iniziative miranti al miglioramento dell’uva in vigna e del vino in cantina, organizzando convegni, creando nuove etichette e confezioni e incentivando la comunicazione del vino della Val Chisone. Un esempio riguarda il Ramie spumante rosè DOC, il cui protocollo di produzione prevede un’accurata selezione delle uve durante la raccolta. Ma è stato anche migliorato il paesaggio, ripulendo terreni gerbidi e incolti per una superficie di 4.000 metri quadri che sono stati destinati alla viticoltura. Ad oggi ne sono impiantati 1000, utilizzando i quattro vitigni più caratteristici della Val Chisone. Inoltre è stato costruito un piccolo Ciabot, il fabbricato caratteristico dei vigneti piemontesi, allestito per la degustazione e aperto per appassionati e visitatori da marzo a ottobre tutti fine settimana.
Le vigne terrazzate di Ceriana (Im)
In provincia di Imperia, Eros e Patrizia Mammoliti coltivano i loro vigneti sui terrazzamenti di Ceriana: “I nostri vigneti sono ubicati nel Comune di Ceriana (Imperia), a una altitudine compresa tra 350 e 450 mt/slm, su versanti in forte pendenza, terrazzati, e con esposizione prevalente a est – sudest. La distanza dal mare è di circa 4 – 5 chilomentri. Il sesto d’impianto non è regolare, ma segue forzatamente l’ampiezza dei terrazzamenti. Quattro i vitigni coltivati: Vermentino, Ciliegiolo, Rossese e Dolcetto. A far data dai primi anni 2000 l’azienda si è impegnata nel recupero dei vecchi vitigni locali, con un particolare interesse per il Moscatello di Taggia, che dai documenti storici risultava essere stato molto apprezzato nelle corti italiane ed europee fin dal XV secolo. Da tempo purtroppo il Moscatello non veniva più prodotto se non in piccoli e vecchi vigneti familiari. Nonostante ciò, in seguito ad accurate ricerche sul campo e allo studio approfondito della varietà e delle tecniche di vinificazione, è stato possibile impiantare nuovi vigneti e produrre il DOC Riviera Ligure di Ponente Moscatello di Taggia. Le viti sono allevate prevalentemente a Guyot per Moscatello, Vermentino, Ciliegiolo e Dolcetto, mentre il Rossese è a cordone speronato. Nell’impianto del Moscatello, oltre a sperimentare vari tipi di portinnesto, si è anche scelto di potare una parte ad alberello. La principale avversità che dobbiamo affrontare è sicuramente l’oidio, in particolare per il Moscatello e il Rossese. Altre malattie tipiche della vite sono molto meno incidenti di un tempo, probabilmente anche a causa del cambiamento climatico che ha ridotto l’umidità. I terreni su cui insistono gli impianti, pur non distanti tra loro, sono molto diversi quanto a composizione e tessitura. La concimazione, ove necessaria è del tipo organo-minerale e secondo il disciplinare SQNPI.

Il cambiamento climatico influisce massimamente sulla vendemmia, un tempo piuttosto tardiva e che negli ultimi anni è stata via via anticipata: il Moscatello si raccoglie nei primi giorni di settembre, con i conseguenti problemi di controllo del calore nelle fasi di vinificazione. Nella nostra zona non ci sono state gelate tardive nel 2014 e da anni non ci sono gelate nemmeno nei mesi di gennaio o febbraio. L’estate del 2023, benché molto calda, ha avuto come unica conseguenza un’alta gradazione dei vini e il dover affrontare le fasi di vinificazione a una temperatura esterna di circa 30 gradi.
Un ritorno “grazie” al cambiamento climatico
Il compianto Donato Bosca, in qualità di presidente dell’Arvangia, la benemerita associazione nata allo scopo di incrementare le ricerche storiche e culturali sul territorio del Sud Piemonte, spesso mi ha accennato ai numerosi vigneti che ricoprivano le colline della media e alta Langa, praticamente da Montelupo Albese in su, fino a Mombarcaro, situato a oltre 800 mt slm.
Precisava subito che era una viticoltura fiorente, sino alla metà del secolo XIX e prima dell’arrivo di tre flagelli (oidio, peronospora e fillossera) che ridussero sensibilmente la superfice vitata. Il colpo di grazia lo diede tuttavia l’abbandono delle campagne causato dal basso reddito agricolo a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, con la conseguente fuga verso l’industria, dalla Ferrero alla Fiat.
È solo nell’ultimo decennio che per diversi motivi si è assistito a un ritorno, anche giovanile, verso quelle colline. Infatti sono riprese alcune attività agricole e zootecniche, sono nati molti agriturismi e vinerie e le enoteche regionali funzionano regolarmente. Inoltre sono state ristrutturate e abbellite molte vecchie cascine, se non intere borgate. Grazie al cambiamento climatico (i cui effetti in questo caso non sembrano del tutto negativi ndr) la viticoltura in queste valli nei prossimi anni avrà certamente un ruolo prioritario, con benefici a carattere economico e sociale per tutti gli abitanti.
In apertura vigna di Eros Mammoliti
A cura della redazione
Nell’ottobre del 2024 la famiglia Mauro dell’omonima Cantina Mauro di Dronero ha pubblicato “Mauro: Dronero (1924-2024) Cento anni tra vigneti , cantine e varia umanità” . L’opera è nata dalla volontà della famiglia Mauro di ricordare i propri antenati e la loro storia. L’autore è Lorenzo Tablino che conobbe Oscar Mauro all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso e rimase impressionato dalla sua grande esperienza. Tablino scrive nell’introduzione ” Mauro parlava del vino a 360 gradi: del territorio langarolo, in quanto originario di Roddino, delle valli alpine cuneesi che conosceva alla perfezione, in quanto le percorse in tutti i sensi per trasportare grandi quantità di vino”. Un rapporto di stima e di amicizia che è continuato negli anni, anche dopo la morte di Oscar , di cui la famiglia ha voluto onorare il ricordo con questo libretto di memorie, pieno di umanità e di esempi di passione per una terra , la Valle Maira e un vitigno, lo Chatus, che è stato salvato dall’oblio grazie a questa Cantina. Chi desidera ricevere una copia dell’opera può scrivere a renzo@tablino.it

