di Monica Massa
Il convegno organizzato ad Acqui Terme (AL) dall’Accademia di Agricoltura di Torino con la collaborazione di OICCE e UGIVI ha riportato alla ribalta vitigni piemontesi che solo alla fine del secolo scorso erano a rischio scomparsa ma che, grazie alla perseveranza e alla passione di alcuni piccoli produttori in alcuni casi finanziatori in prima persona di progetti di ricerca, si stanno rivelando utili anche per affrontare i problemi legati alla crisi climatica in viticoltura.
“Ultimamente alla Regione piace molto la denominazione “minore” perché si vuole garantire che certe tradizioni non vadano perse. I vitigni rari e antichi sono uno scrigno di biodiversità e rappresentano la nostra cultura contadina” ha affermato Marco Protopapa Assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte il quale ha ricordato che grazie alla ricerca scientifica si stanno individuando tra queste cultivar caratteristiche particolari di resilienza alla carenza idrica e alle malattie della vite.
Baratuciat, Nascetta, Uvalino, Slarina, Caricalasino sono solo alcuni dei vitigni rari piemontesi, sicuramente molto evocativi e dunque ricchi di cultura contadina, dello storytelling che il consumatore moderno di vino ricerca. Come ha sottolineato Vincenzo Gerbi presidente OICCE e moderatore del convegno, “il vino è diventata una scelta personale, culturale ed edonistica”.
Vitigni minori: quali sono gli aspetti da valorizzare
In questo particolare momento storico lo studio dei vitigni autoctoni e minori rappresenta una opportunità per i viticoltori per valorizzare la produzione e rendersi maggiormente riconoscibili.
Come ha evidenziato nella sua relazione Stefano Raimondi, ampelografo, i vitigni cosiddetti minori lo sono essenzialmente per la superficie occupata, per una bassa fertilità e adattabilità, per questo sono caratteristici di un determinato e particolare terroir.
Alcuni vitigni minori non sono forse interessanti ora ma lo potranno essere in futuro, per determinate caratteristiche agronomiche o enologiche. Sicuramente la pratica enologica e l’analisi sensoriale contribuiscono alla valorizzazione di queste varietà e a questo proposito Simone Giacosa dell’Università di Torino ha illustrato la ricerca condotta su alcuni vitigni rari aromatici come il Moscato nero di Acqui o la Malvasia Moscata su cui si è intervenuti con microvinificazioni e diversi gradi di appassimento e che all’atto della degustazione ha mostrato come l’enologia applicata ai vitigni minori possa identificare e valutare quali sono le caratteristiche che si vogliono far emergere dai vini ottenuti.
Un aspetto troppo spesso trascurato dai viticoltori è quello commerciale e di comunicazione. Per Stefano Massaglia del DISAFA dell’Università di Torino “Il termine vitigni minori è poco e male utilizzato, spesso erroneamente legato al concetto in via di estinzione“. Se è vero che in Piemonte il 77% della superficie vitata è occupata da soltanto cinque vitigni, e di questi il Nebbiolo è l’unico che negli ultimi 15 anni ha registrato un incremento sia di vigneti che di aziende, sono parecchi i vitigni autoctoni che pur costituendo una nicchia di mercato hanno avuto una crescita in superficie colturale e in numero di aziende. Il caso più eclatante è il Timorasso, riscoperto grazie a Walter Massa e ora traino del territorio del Tortonese, con un +800% di superficie vitata e un numero ragguardevole di aziende, di cui circa il 50% alloctone.
Le aziende che si differenziano grazie alle produzioni di vini da uve “minori” sono quelle che hanno investito in queste particolari varietà almeno due ettari di vigna, anche se non sempre all’aumentare delle superfici aumenta la visibilità. Per questo le associazioni di viticoltori hanno un ruolo importante nel far conoscere i vitigni e i vini minori, rivendicandone anche il valore di patrimonio di biodiversità, di tradizione e di cultura: un pensiero che deve passare al consumatore anche da un punto di vista commerciale. Non deve accadere infatti che il vino “minore” dell’azienda sia quello con un prezzo entry level ma deve essere effettivamente remunerativo.
L’importanza delle associazioni di produttori si riconferma anche da un punto di vista di tutela dei vini da vitigni minori in quanto come hanno sottolineato Maria Cristina Baldini Vicepresidente OICCE e Stefano Vergano UGIVI “non c’è una norma che tuteli i nomi dei vitigni”, per cui “per la tutela giuridica la sinergia tra nomi dei vitigni e dei territori è importante”.
Un caso virtuoso che è stato portato a esempio è quello della Nascetta, varietà a bacca bianca recuperata trent’anni fa grazie a due aziende, Elvio Cogno e Savio Daniele e per la quale si seguì un iter preciso partendo dall’ iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, la costituzione dell’Associazione dei Produttori della Nascetta a tutela del vitigno, fino all’ottenimento della DOC Langhe Nascetta, straordinario strumento di promozione commerciale.

Dopo gli interventi dei ricercatori la parola è passata ad alcuni padri e madri di vini da vitigni minori: Savio Daniele (Nas-cetta), Giuliano Bosio (Baratuciat), Mariuccia Borio (Uvalino), Mauro Roggero (Montanera), Eros Mammoliti (Moscatello di Taggia), Patrizia Marenco (Caricalasino), Daniela Tornato (Vignaioli Piemontesi). Ognuno ha raccontato la sua particolare esperienza e l’incontro con il vitigno, avvenuto per caso e per il desiderio di cimentarsi con un vitigno antico ma sconosciuto oppure per recuperare i ricordi dell’infanzia, come nel caso di Mariuccia Borio e l’Uvalino. Anche la Vignaioli Piemontesi, in quanto organizzazione di produttori, è impegnata e collabora con il CNR dal 1990 nel fare ricerca sui vitigni minori piemontesi e a far conoscere ai consumatori i vini che si producono, ha affermato Daniela Tornato che ha poi aggiunto “l’Europa ci sta chiedendo di fare ricerca per arrivare a soluzioni sempre più sostenibili per affrontare il cambiamento climatico e ridurre i pesticidi; questi vitigni si stanno rivelando utili a questo scopo”.
Naturalmente i vini da vitigni “rari” rimarranno sempre produzioni di nicchia, ma capaci di emozionare ed evocare la tradizione e il territorio che li ospita. Il banco d’assaggio curato da ONAV Alessandria ha permesso di concludere la giornata incontrando i produttori della tavola rotonda, degustare le loro produzioni e apprezzarne la tipicità. La qualità senz’altro c’è , ora bisogna comunicarla a tante persone.
La registrazione del convegno è disponibile sul canale YT dell’Accademia di Agricoltura di Torino a questo LINK
foto di Monica Massa

